È un ottimo periodo per comprare, leggere e parlare di fumetti. Questo perché tra collane da edicola e da fumetteria stanno venendo ristampate molte ottime proposte del passato.
Tra queste ce n’è una che va a toccare i miei ricordi pre-adolescenziali più di altre, ed è il recentissimo volume dedicato al ciclo “Punisher – War zone”, scritto da Chuck Dixon, disegnato da un grandissimo John Romita jr (mi rifiuto di mettere link per spiegare chi sia un appartenente alla famiglia Romita) e inchiostrato da Klaus Janson.
Era la fine della prima metà degli anni novanta quando io, tredicenne, mi avvicinavo al mondo dei fumetti, delle fumetterie e di Frank Castle, il Punitore.
Il Punitore non è mai stato un eroe, è semplicemente un tizio molto incazzato e con un sacco di armi, e per questo quand’ero uno sbarbatello lo adoravo. Divoravo quelle storie piene di azione, di mafiosi stereotipati, di sparatorie in cui i mitragliatori facevano “buddabuddabudda”, storie di vendetta e di violenza, di giustizia sommaria e di intrighi criminali.
Adesso leggo con molto gusto le avventure del Punitore di Garth Ennis, così come quelle di Matt Fraction, ma quando mi trovo tra le mani una delle saghe che più amavo durante la mia giovinezza (insieme alla bellissima “Punisher – Missione suicida”) non posso che leggerla con avida gioia.
In “War zone” ci sono il fumetto d’azione, quello hard-boiled, le storie di mafia, e dei disegni meravigliosi. Ci sono personaggi realistici, come il picciotto Mickey Fondozzi, complice suo malgrado dell’idea di Frank Castle di entrare in una famiglia mafiosa per metterla in ginocchio, così come quelli folli, come Mitraglia, un assurdo mercenario al servizio del governo con il compito di massacrare la famiglia Carbone, gli stessi mafiosi entrati nel mirino del Punitore.
La collana Marvel gold con questo volume ci propone un brandello del fumetto anni novanta, imbrattato di sangue e puzzolente di cordite, ma che ancora non ha perso nulla del suo ritmo e della sua rapidità. Mentre il cinema è sempre più avaro di buoni film d’azione nel fumetto questo non si verifica, ma andare a ripescare questa vecchia meraviglia è un po’ come riguardarsi per l’ennesima volta “L’ultimo boyscout”. Un vero piacere.
E fin qua vi ho parlato di una grandissima run fumettistica, grandezza che si esprime anche nella caratterizzazione del personaggi, compresi quelli minori, insignificanti.
Tra queste comparse ne spicca una: Enrico, detto Rico, figlio di un mafioso napoletano e in procinto di sposare quella bella topa della figlia di don Carbone.
Rico si impone per una sua caratteristica: il look!
Eccovelo quindi in tutto il suo splendore italico: baffoni, ray-ban giganti, mullet ricciolo a dir poco meraviglioso, e capace di presentarsi a un incontro che deciderà le sorti della mafia italoamericana in canottiera con pelo in evidenza, pantaloni della tuta di infima qualità e espadrillas:
Ma del resto don Carbone è in camicia hawaiana, quindi che cazzo gliene frega?
Rico capisce subito cosa deve fare e da nostro connazionale invece di stare a sentire sti bavosi che parlano di droga e morti ammazzati si porta subito la manza in spiaggia. Eroe nazionale!
Ma il nostro non è solo un ricco figlio di mafiosi dal vestiario degno degli annali dello stile, è anche un grande sognatore:
Anche se la gnoccolona non sembra impressionata dalle speranze di Enrico, al lettore non resta che rimanere affascinato dal suo animo sensibile, pronto a entrare nel cast di Dirty Dancing 2.
Ahimè i bei sogni finiscono al mattino, o nello spazio di tre vignette, ossia il tempo che ci mette Rico a morire nella maniera che più si addice a un personaggio di tale spessore: facendo lo scudo umano!
Addio Rico, nonostante ti abbia conosciuto per poche immagini ti porterò sempre con me.
Per la nona volta dISPENSER e il blog di fumetti più letto nello stato di Latveria si mettono insieme per darvi la possibilità di conoscere i fatti che hanno segnato la vita e la morte di uno dei nostri villain preferiti di sempre. Se non l’avete sentito ieri in trasmissione, eccolo qui oggi tutto per voi. La suadente voce che sentite è quella di Costantino della Gherardesca, anch’esso, come il personaggio di questa settimana, di nobili natali. Anzi, pare che dopo questa mirabolante performance si stato contattato da una nobildonna di Fiorenuzola per bere un teino al pomeriggio.
KRAVEN
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Ci sono alcuni personaggi la cui credibilità è limitata dal costume. Come dire: non si può pensare di voler salvare il mondo se ci si veste come dei cretini. Allo stesso modo, se lo scopo è quello di incutere un timore reverenziale, bisogna assicurarsi un look dignitoso. Sergei Kravinoff, conosciuto come Kraven Il Cacciatore, in questo senso, è un po’ sfortunato. È un grandissimo personaggio, con una bellissima storia alle spalle, ma a guardarlo sembra uscito dal peggior incubo del peggior stilista esistente. Stivaletto, pantalone aderente leopardato, cintura e braccialetti zebrati – arricchiti da qualche corno – ma soprattutto un gilet con davanti l’immagine di un volto di leone, la cui criniera è formata dal girocollo in pelliccia dello stesso gilet. Una vera chiccheria, insomma. Kraven nasce a Stalingrado, da una famiglia nobile. Dopo la caduta dello Zar, si trasferisce in America. Sua madre non regge a un cambiamento così radicale, impazzisce e si toglie la vita. Una volta adulto e attratto dal richiamo della Natura, Kraven si trasferisce in Africa. Qui entra in possesso di una pozione che lo rende veloce come un ghepardo, forte come un elefante e con lo stesso fiuto di una tigre. Una volta rientrato negli Stati Uniti si mette sulle tracce di quello che lui reputa la sua preda più ambita: l’Uomo Ragno. Per Kraven – con il tempo – questa caccia diventa una vera e propria ossessione. Ormai vecchio, decide di provare per l’ultima volta a sconfiggere il suo acerrimo nemico. Lo droga, lo cattura, lo seppellisce vivo e per due settimane ne prende le sembianze, uccidendo svariati criminali. Autoconvintosi di essersi dimostrato più forte della sua preda, si dichiara vincitore. raggiunto il suo scopo capisce che non c’è più motivo di vivere. Per cui prende un fucile, se lo infila in bocca e preme il grilletto.
E questa volta come BONUS… tutti in sala giochi!
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Non solo la scheda del personaggio ma anche un pezzo di musica dai capelle longhe che si intitola proprio Galactus! Non è il massimo della vita?
Per ora abbiamo incontrato un buon numero di babbei nati così, vissuti così e a volte morti, e dimenticati così, babbei inquadrati e coerenti che devono andare orgogliosi del loro ruolo.
Ma non sono i soli, c’è anche chi va contro a questa regola “babbei si nasce” per dare forma a un inedito “babbei si diventa”.
Questa è infatti la storia di Andy e di come è diventato, nel panorama Marvel attuale, un grandissimo babbeo.
Nome: Andy l’androide, il terribile Andy (Awesome Android, poi Awesome Andy).
ricordi di un grandioso passato
Vero nome: E’ un androide, il suo vero nome è quello.
Genesi del personaggio: Come anticipato Andy nasce come personaggio “non-babbeo”, o meglio, come cattivone di tutto rispetto. Creato dal Pensatore pazzo, in una storia del lontano 1963 dei “Fantastici quattro” partorita dalla Coppia per eccellenza del fumetto Stan Lee/Jack Kirby, il nostro era un semplice robottone dalle fattezze imprecisate che voleva uccidere un po’ chiunque gli capitasse a portata di mano.
Grosso, brutto, incazzato, fortissimo, surreale, un cattivo di tutto rispetto.
Da quel giorno, nonostante le numerose ma sudate sconfitte, Andy s’è menato anche con Iron man, gli X-men, Capitan America, i Vendicatori… in pratica ha fatto a botte con tutti gli eroi Marvel.
Poi però è successo qualcosa…
Aspetto: Ha cambiato più volte aspetto nel corso di questi quaranta e passa anni di vita editoriale. Le uniche certezze sono che è: Grosso, inespressivo come un blocco di ghisa (vedere imaggini esplicative) e particolarmente brutto.
Poteri: Superforza, e può anche imitare le abilità dei supereroi con cui si scontra. Quindi proprio uno sprovveduto non è.
Il tragico cambiamento: Potevano alcuni scrittori di fumetti odierni lasciare in pace questo burbero e carognoso tenerone gigante? Ma certo che no!
Succede così che dopo quarant’anni di baruffe supereroistiche un giorno Andy si scassa le palle di prenderle da cani e porci, si ribella al Pensatore pazzo e… si fa assumere nello studio di avvocati di She-Hulk diventando un comprimario fisso della serie.
Niente più scazzottate, niente più rabbia per Andy, complice l’aver assorbito lo spirito di Thor (bella cazzata che si sono inventati per far diventare un beota buono quello che era un insensibile oggetto di distruzione), il tutto raccontato con dovizia di particolari nella storia “Tutto quello che avreste voluto sapere sul terribile Andy, ma non avete mai osato chiedere” scritta da Dan Slott (se cercate un colpevole quindi eccovelo).
Non contento Slott fa anche innamorare Andy dell’avvocatessa Mallory Book…
A questo punto resta solo una domanda: Era più babbeo la macchina di distruzione controllata da un pazzo o lo sguattero gigante di uno studio legale vestito come un idiota che si esprime scrivendo su una lavagnetta?
Ps: So benissimo che la trasformazione di Andy verte verso un progetto umoristico, ma l’han reso ugualmente in un babbeo degno di uno spazio su questa rubrica, almeno per ricordarne il grandioso passato.
come uno sceneggiatore può spingere un robottone al suicidio
Io arrivo al martedì che non sto nella pelle per sapere di quale supereroe si parlerà all’interno di dISPENSER, quella trasmissione di Radio Due che va in onda dal lunedì al venerdì dalle 23,00 a mezzanotte. Perché questa rubrichina del personaggio dei fumetti che mette insieme la radio e l’internet, l’utile e il dilettevole, il sacro e il profano, cip e ciop, e svariate altre coppie… il martedì va in onda in radio, ma il mercoledì la trovate qui! Non è incredibile? Poi mi rendo conto che lo so già cosa andrà in onda, perché l’ho scritta io la scheda del personaggio, e un po’ mi passa, ma… è sempre comunque un bel momento di suspence. Questa volta siamo andati sul pesante vero, e devo dire che l’interpretazione del nostro Costantino della Gherardesca è al solito ineccepibile. Anzi, pare che dopo queste performances, Teleproboscide l’abbia chiamato per le loro aste d’arte.
GALACTUS
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Non solo la scheda del personaggio ma anche un pezzo di musica dai capelle longhe che si intitola proprio Galactus! Non è il massimo della vita?
Di tutti i cattivi dell’universo Marvel, quello di cui vi parliamo questa sera è sicuramente il più imponente e spaventoso. Si chiama Galactus, ma se volete risultare particolarmente melodrammatici, potete optare per Galactus Il Divoratore di Mondi. In un’epoca estremamente remota, esisteva uno straordionario pianeta di nome Taa. Straordinario nel senso che era perfetto: il massimo dello sviluppo possibile per una civiltà. Al culmine di questa perfezione, il pianeta viene distrutto da delle onde di distruzione universale. Un gruppo di abitanti di Taa, nel tentativo di capire da dove arrivi tutta quella devastante energia, raggiunge con una navicella la fonte di quelle onde. Qui, nel mezzo dello spazio profondo, Galan – un normale abitante di Taa – si fonde con la personificazione della divinità che regna nel suo Universo. Da questa unione nasce Galactus, una sorta di buco nero con un cervello. Privo di una qualsiasi morale, Galactus e le sue azioni vanno oltre a quello che noi comuni mortali possiamo identificare come Bene o Male. E cosa fa Galactus dal mattino alla sera? Manda i suoi araldi in giro per l’Universo alla ricerca di pianeti da mangiare. Si ciba dell’energia dei singoli pianeti che trova e che, una volta divorati, lascia deserti e senza vita. Grazie all’energia che ricava dai suoi banchetti, Galactus è talmente potente che è in grado di manipolare a proprio piacimento la realtà, andando oltre le leggi delle fisica e della scienza. Non solo: è totalmente invulnerabile e tratta i supereroi del nostro piantea alla stegua di fastidiose zanzare. L’unica cosa che teme è un dispositivo dal nome minacciosissimo: Il Nullificatore Assoluto. È solo grazie a questo che fino ad ora siamo riusciti a fargli passare l’appetito guardando il nostro pianeta.
E come BONUS… Pensate che vivere con Galactus sia una figata? Galactus non è d’accordo!
Sono anni fausti per i fumettari nostalgici – e se avete seguito questo blog dall’inizio avrete capito che io ne faccio fieramente parte- in Italia.
Un sacco di ristampe di materiale degli anni ‘60 e ‘70 fuori produzione, pubblicato incompiutamente all’epoca o addirittura ancora inedito da noi, affollano gli scaffali dei negozi di fumetti e tra queste uscite ci sono cose curiose, cose per completisti, cose belle e varie cose imprescindibili. Ecco, a mio avviso, in questo caso siamo nel territorio dell’Imprescindibile.
Conan è l’avventura pura, il set base del romanzo di sword and sorcery, la pietra angolare della fantasy eroica, la materia primigenia di cui sono fatte le sberle la birra e le tette. Se da piccoli non avete voluto vivere almeno un giorno come Conan siete stati dei bambini sprecati.
I volumoni cartonati delle ristampe de La Spada Selvaggia di Conan sono una manna: ristamperanno in meno di 10 uscite tutta la gloriosa (e ormai da decenni inedita) serie degli anni ‘70 di Roy Thomas sulla quale si avvicendarono alcuni tra i più mportanti illustratori dell’epoca: da Barry Windsor Smith a John Buscema (che rese iconico il personaggio) a Gil Kane, Ernie Chan e Alfredo Alcala. Soprassedendo su una veste grafica un po’ pacchiana come è uso in casa Panini-Marvel Italia, dentro oltre le storie che – ripeto- sono magistrali sotto ogni punto di vista ci sono anche molti approfondimenti sul personaggio letterario e sul suo autore, Howard.
Per la prima volta poi avremo le storie non solo raccolte assieme in una collana antologica ma anche a dimensione maggiorata, di modo che i meravgliosi disegni diano il meglio.
Il prezzo è di 25 euro, non poco ma tuttosommato onesto se paragonato a operazioni corrispettive della Planeta DeAgostini, siamo al secondo volume e il primo è ancora reperibile… Se non avete ancora iniziato potete rimediare facilmente alla mancanza.
Su questo numero Thomas ci fa volare via con una saga bellissima disegnata superbamente da J.Buscema ma soprattutto inchiostrata in maniera-che-non-ci-si-crede da A.Alcala che a mio avviso è stato uno dei grandi del fumetto americano (anche se filippino), ahimè sconosciuto ai giovani.
La storia “Il popolo del buio” del sovrumano Alex Nino è semplicemente uno dei più grossi trip grafici mai visti nel fumetto americano.
Poi oh: un sacco di mazzate, jungle, mostri, predoni, magia, fanciulle discinte, regni da conquistare e sangue da versare… Insomma, non ho capito: che vorreste di più? Che vi ci alleghino un bong carico?
“Noi ci troviamo oggi sulla soglia di una Nuova Frontiera, la frontiera degli anni ‘60, una frontiera di sconosciute opportunità e ignoti pericoli, una frontiera di grandi speranze e gravi minacce” – J.F.Kennedy, 1960
Quando vinci 4 premi Eisner e 4 premi Harvey qualcosa vorrà dire…
Non capita spesso, anzi a mia memoria -che l’ho invero piuttosto buona- non è mai capitato.
Ecco se un fumetto avessi voluto fosse auspicabile per tale onore è proprio un fumetto come La Nuova Frontiera.
Non solo come fumetto ma come idea, come progetto.
Viene raccolta in due volumi dalla Planeta DeAgostini quest’opera che , iniziamo dal senso della cosa, si propone di colmare in maniera molto narrativa il gap storico tra l’età dell’oro e l’età dell’argento della DC Comics, che è come dire poi del fumetto americano, ovvero quell’epoca che si colloca tra la fine degli eroi della Società della Giustizia e la prima chiamata della Lega della Giustizia… Il confine tra Il fumetto post-bellico e il fumetto moderno, il Superman dei fratelli Fleischer dal Superman con Krypto e la Fortezza della Solitudine… La barriera che il Flash di Carmine Infantino infranse incontrando il suo predecessore. Il confine che una volta superato portò gli Eroi e l’America tutta verso la Nuova Frontiera ipotizzata da Kennedy nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca.
E ci riesce, pagina per pagina, con una accuratezza storica impressionante, riesce a far filare il tutto Darwyn Cooke in un atto d’amore al comicdom classico che si vede di rado e solo in opere corali quali Marvels, Justice e Kingdom Come. E ci riesce tutto da solo: storia & disegni, senza contare le sue stupende copertine per cui varrebbe già l’acquisto.
Sembra di assistere ad un film sulla nascita della Silver Age, degli Eroi che amiamo. Tutto inizia da zero e assistiamo alla creazione dei vari personaggi come se fosse la prima volta. Il ritratto è adulto, rispettoso dell’originale ma conscio che per ri-raccontare certe storie oggi è meglio intercalarle nelle trame dell’epoca e senza ingenuità di sorta.
Il disegno è neoclassico, cinetico, elegante: debitore dei Caniff, dei Waly Wood, dei Dick Sprang e dei Kirby quanto dei Bruce Timm, degli Steve Rude e degli Allred. Oltre al disegno superbo, la cura e la documentazione sia stilistica che fumettistica è impressionante.
Un fumetto che può incantare nello stesso modo chi non ha mai letto una storia della DC prima così come il fan più accanito, che pagina dopo pagina ripercorrerà quasi un album di famiglia in cui ogni cammeo, ogni citazione è un tuffo al cuore
Questo è un fatto importante, la trasversalità dell’opera permette a JLA:La Nuova Frontiera di poter essere magari il primo passo per molti lettori che possono così approcciare gli Eroi classici senza incappare in orribili rinumerazioni da zero e restyling che lasciano il tempo che trovano. Qua ci sta tutto quello che c’è di bello nei Supereroi classici della DC, rivisto, distillato e consegnato a una nuova generazione.
Comperatevela, sono una ventina di euro per tutti e due i volumi e avrete un nuovo classico nella libreria. Non fate i pulciari.
Sul nuovo Nocturno – il numero di settembre, che trovate ancora in poche ma felici edicole o librerie specializzate – c’è un lungo dossier su Quentin Tarantino. Oltre a una disamina di tutti i suoi lavori come regista e sceneggiatore, ci sono vari interventi di scrittori di genere che riflettono sul suo impatto su un certo tipo di letteratura. In soldoni la domanda è la seguente: “È possibile parlare ancora di gangsters senza fare i conti con quello che Quentin ha significato per il genere?“. Dal 1994 ad oggi, gli schermi cinematografici e le pagine dei libri, si sono riempite di scene di ultraviolenza, citazionismi vari, killer dalla favella sciolta e via dicendo. Un bene? Un male? Dipende dai casi. Se è vero che c’è un prima e dopo Pulp Fiction, in questo mondo c’è qualcuno che ha colto nel segno e qualcuno invece che si inserisce nel filone ma che spesso toppa. Se no, sai… è troppo facile. Uno prende, copia e “voilà, il nuovo capolavoro!“. Back To Brooklyn è il nuovo volume a firma Garth Ennis e Jimmy Palmiotti e disegnato dall’esordiente Mihailov Vukelic. Certo, il nome di Ennis per molti di noi è sinonimo di garanzia, ma – come si diceva – non sempre le cose vanno per il verso giusto. E forse – la sparo – è lecito chiedersi: lo stile Ennis, senza Tarantino, sarebbe istituzione come oggi – data astrale 2009 – effettivamente è?
Bob e il sicario della famiglia Saetta. Uno con cui è meglio non scherzare. Se lo incroci a fine serata in un vicolo buio, molto probabilmente hai fatto qualche cazzata di troppo e la tua carriera, dispiace dirlo, è finita. Una macchina da guerra. Un killer. Ma come sappiamo, anche i killer peggiori hanno una storia alle spalle. Dei valori e, ogni tanto, anche una morale. Adesso… Non vi posso dire perché, ma Bob Saetta ha cantato. Lo conosciamo mentre si trova in una stazione di polizia mentre sta vuotando il sacco e sta consegnando su un piatto d’argento la più potente gang di Brooklyn ai tutori dell’ordine. C’è solo un’ultima cosa da fare, prima di chiudere iconti con la Via di Carlito. Salvare la propria famiglia (nel senso di mogli e figlio) dalle grinfie proprio di quelli che Bob sta tradendo (la sua altra famiglia…). Per cui c’è ancora tempo per comprare un biglietto solo andata per Brooklyn, “liberare per un’ultima volta l’animale“e “regolare definitivamente i conti“. (Frasi fatte che probabilmente nel fumetto vengono pronunciate. O forse no… Comunque sono frasi fatte che in queste occasione funzionano sempre)
Fermo! Permani nella tua fissità artistica!
Una storia semplice semplice, one shot, di quelle che leggi d’un fiato. Il cattivone redento che si immola nel salvifico bagno di sangue finale. C’è tutto quello che è lecito attendersi anche solo dopo una rapida occhiata alla cover. Italoamericani dai nomi bizzarri, una donzella in pericolo per cui vale la pena lottare, drammi familiari e tanto sangue. Qual è quindi il problema?
"Ti mando il mio amico Tony Macello sotto casa"
Perché qui mi sembra che tutto vada nella direzione giusta… Beh, semplicemente: niente di nuovo. A un soggetto non particolarmente fantasioso (la cui presentazione si esaurisce nella vignetta undici…) si vanno a sommare una serie di altri problemi. Togliamoci subito il problema disegni. Mihailov Vukelic è di una staticità disarmante. Il suo realismo è mortificato da una freddezza e da un immobilismo che sinceramente lascia molto freddi. In più c’è come la voglia di uscire da quello che è il filone di cui si parlava prima – la tarantinata – per fare “un bel fumetto di una volta“. Cercate simpatia e strizzatine d’occhio? Niente da fare: qui non si scherza. Zero simpatia, zero strizzatine d’occhio (niente “scatta scatta. gomitino, gomitino!“) ma roba con le palle! Yeah! E invece – sfortunatamente – tutto già visto, regaz. Dopo le prime tre pagine tutto diventa piuttosto scontato. Di buona fattura, ma da alcuni nomi ci si aspetta di più.
Però che gran faccia Jimmy Palmiotti…
Nel caso non abbiate cliccato tutto il cliccabile…. BONUS!
Dopo la sua agognata conclusione negli Usa (ci hanno messo quattro anni a finire questa mini), arriva anche in Italia in un unico volume Ultimate Wolverine vs Hulk, scritta dallo sceneggiatore di LostDamon Lindelof e disegnata da Leinil Francis Yu.
Ok, l’universo Ultimate fa cagare, particolarmente adesso, e particolarmente Ultimate Wolverine con le sue forzature da “figo prezzemolino” del mondo Marvel, ma devo ammettere che questa serie non è niente male.
Il primo motivo per cui è apprezzabile è che non centra una mazza col resto delle robe Ultimate. La serie potrebbe essere ambientata, pur nel rispetto dei suoi protagonisti, anche a casa mia.
Il secondo motivo è che a differenza di altri autori prestati al fumetto supereroistico da altri format (e non mi espongo, almeno in questa sede, su quali siano perché sarebbe un discorso molto lungo e polemico), Lindelof dimostra di saper scrivere un fumetto.
Il ragazzo sa anche essere piacevolmente autoironico:
Il terzo motivo è che si tratta di una storia divertente, dal ritmo frenetico, precisa nella narrazione e che permette di passare un’ora e mezza di buona lettura pur non essendo davanti a un capolavoro. Se non avete nulla da sfogliare sul treno o sull’autobus fermatevi in edicola che vale i suoi cinque euro e cinquanta.
Il quarto motivo è che quando Hulk e Wolvie si prendono a sganassoni c’è sempre del bello in un fumetto.
Il quinto motivo è che c’è una tavola in cui Jennifer Walters (la ultimate Jennifer Walters, non la She-hulk a cui siamo abituati. Qua She-hulk ha un’altra identità che ci viene svelata proprio in questa storia) fa ascoltare a un Hulk-criceto i Dead Kennedys:
Ormai il fatto che questo blog e quella trasmissione di radiofonia statale vanno a braccetto è un dato di fatto. Una volta ero al bar, arriva la trasmissione radiofonica conosciuta nello stivale come il distributore automatico di stimoli quotidiani di Radio Dure Rai e mi fa:”Oh, sai che adesso sono culo e camicia con questo blog di giornalini a fumetti? Troppo bello!”. E io, alla trasmissione radiofonica ci ho risposto “Certo che lo so… In città non si parla d’altro!”. E poi niente. Non è successo più niente. Ma non facciamoci cogliere dall’amarezza perché questa volta, come tutte le altre volte, la scheda del personaggio è letta dalla profonda e ipnotica voce di Costantino della Gherardesca che, stando a quanto si vociferi in giro, dopo queste performance sia stato chiamato per litigare con delle tipe bionde. A settimana prossima, kids!
NICK FURY
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Lo S.H.I.E.L.D. è la più importante e potente agenzia di spionaggio del pianeta. Il nome è un acronimo che sta per Strategic Hazard Intervention, Espionage and Logistics Directorate. Conseguenzialmente, essere a capo di questa organizzazione significa essere l’uomo più potente del mondo. Nicholas Joseph Fury è colui che lo S.H.I.E.L.D. l’ha fondato e l’ha diretto per lungo tempo. Una volta ha così descritto il suo lavoro: “E’ come essere allo stesso tempo il Papa, la Regina e il Presidente degli Stati Uniti”. Nato tra gli anni ‘10 e i ‘20 in quel di New York, cresce nel malfamato quartiere di Hell’s Kitchen diventando un pugile di rinomata fama. Grazie al suo temperamento a una reputazione tutt’altro che invidiabile, viene contattato dall’esercito americano che durante il secondo conflitto mondiale lo spedisce come cane sciolto in giro per il mondo in una serie di incredibili azioni militari. Sopravvissuto all’attacco di Pearl Harbor, gli viene affidato il comando di una squadra di “bastardi senza gloria” ante litteram: gli Howling Commandos. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ferito a morte, gli viene inniettato il Siero dell’Eternità, cosa che gli permette di essere ancora oggi relativamente giovane. Arruolato nelle fila della CIA, Fury continua a scorrazzare in giro per il Mondo – sempre con un sigaro infiliato all’angolo della boca – costantemente impegnato in discutibili quanto azzardate missioni suicide. È proprio in una di queste che perde l’occhio sinistro e guadagna una benda nera che aumenta ancora di più, se possibile, il suo aspetto da duro. Nell’Agosto del 1965, passa definitivamente dal mondo dei fumetti di Guerra al dorato mondo dei supereroi, diventando il colonnello Nick Fury, capo dello S.H.I.E.L.D. Esperto di Tae Kwon Do come di Ju-Jitsu, è paracadutista, esperto di esplosivi ed è in grado di pilotare qualsiasi mezzo di trasporto la mente umana sia stata in grado di ideare. Insomma, io non ci litigherei…
E per questa volta… BONUS!
Eh, già… altro che Samuel L. Jackson…
Per info sul questa pellicola, cliccate, con fare forte e disinvolto qui.