Di draghi, tornei, kung fu e altri calci volanti.

Io sono uno di quei ragazzini cresciuti a pane e Jean Claude Van Damme, vivevo in campagna, lontano dalle torri del castello del nostro signore Destino, e quando era bel tempo con gli amichetti passavamo tutto il giorno per prati e boschi a fare quelle attività costruttive tipo corcarci di mazzate con pugni, calci e bastoni per poi tornare a casa tumefatti e felici. Quando era brutto tempo si passavano le giornate a corcarci di mazzate a Street Fighter 2 o a guardare quei bei film di botte.

Questo è uno dei tantissimi motivi per cui ho sempre amato un personaggio come Pugno d’Acciaio, nonostante le sue sporadiche apparizioni nelle testate fumettistiche italiane. Quindi potete facilmente immaginare che parlerò di questo secondo volume delle avventure di “Iron Fist” (non solo l’attuale Danny Rand, ma anche coloro che in passato hanno portato il marchio di Shou Lao sulla panza) come di un capolavoro.

A voler andare a esaminare tutte le sottotrame imbastite dai sempre ottimi Ed Brubaker e Matt Fraction e disegnate divinamente da David Aja andrei troppo per le lunghe, quindi mi limiterò a parlarvi di sette parole: “Il torneo delle sette capitali del paradiso”.
Leggetele lentamente, ripetetele a occhi chiusi.
Pensate al paradiso, e riempitelo di tizi vestiti come dei perfetti idioti che si frantumano di sganassoni.
Non è bellissimo tutto ciò?

Per non parlare poi dei contendenti che oltre al sempre sciccoso Iron fist annoverano tra le loro fila il tenero cicciobomba guerriero sumo, ovviamente velocissimo e prodigo di randellate, o il già idolo delle masse Fratello Cane n.1, una specie di accattone che si porta dietro randagi pulciosi e orfani non meno antigienici utili in battaglia quanto una birra analcolica a un raduno di motociclisti.

Una lunga serie di personaggi e situazioni (da Luke Cage a suo agio tra le montagne dell’Himalaya quanto una zoccola tra i mormoni a Danny Rand che rivela come il chi di Shou lao bruci le droghe presenti nel suo corpo rendendo al sua vita peggiore nonostante i supercazzotti che può tirare) incastrati in un intreccio narrativo perfetto raccontato con disegni da urlo rendono questa serie una delle (poche) proposte da non perdere nell’attuale produzione di casa Marvel.
Ci sono le botte, ci sono un sacco di momenti ganassa, ci sono i vestiti sgargianti, c’è il misticismo del kung fu, ci sono le tope disegnate (per ora non hanno sfruttato a dovere il personaggio, ma Misty è la supergnocca più funky di sempre), c’è un protagonista che anche quando le busca sa essere sempre un ganzo, ci sono tutte quelle cose che spesso mancano al fumetto moderno, e non solo.

4 risposte a Di draghi, tornei, kung fu e altri calci volanti.

  1. […] Settembre 10, 2009 Avevo già tessuto le lodi di David Aja parlando del suo lavoro su Iron fist. […]

  2. […] 7, 2009 Nel terzo volume di Iron fist c’è questa allegra scenetta #gallery-1 { margin: auto; } #gallery-1 .gallery-item { float: […]

  3. […] uno spettacolo Ero assai timoroso di comprare e leggere il nuovo volume italico di Iron fist, personaggio che attira il mio affetto come pochi altri, come ben saprete se seguite da un po’ questo blog. Questo a causa del cambio di team creativo, […]

  4. […] che bei tempi, quando si scoprivano le avventure dei vecchi guerrieri Kung-fu di Kun lun, si assisteva a tornei di …, a giappo-mostri cazzuti e alle impagabili battutacce delle armi […]

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