Il Dylan Dog scritto da Ratigher

Dylan-Dog-n.-351Se da un lato cercavo da mesi una scusa per scrivere qualcosa sul “nuovo corso recchioniano di Dylan Dog”, dall’altro aspettavo anche dai primi rumors con una discreta curiosità di leggere la prima storia di Ratigher dedicata al personaggio bonelliano.

Ratigher io me lo ricordo come bassista dei Laghetto, insieme ad altri ganzissimi come quel fenomeno di Tuono Pettinato, un gruppo che al di là delle grandissime gag rappresenta ancora per il sottoscritto una delle meglio cose uscite dalla musica qualcosa-core italiana e non solo con la gente che sbraita e le chitarre grosse (tantissimi anni fa scrivero questo). Poi l’ho ritrovato fumettaro su Hobby comics con i superamici (e c’era sempre quel fenomeno di Tuono Pettinato di cui se non l’avete capito sono un grande fan, sia come chitarrista che come autore di fumetti) dove c’erano quelle storie bellissime.

Poi c’è stato quel gioiello di “Trama” e il successo dell’autoproduzione/crowdfounding o quello che è delle ragazzine che non ho letto. E ora Dylan Dog.

Io il primo Dylan Dog che ho comprato è stato “Caccia alle streghe” che avevo 10 o 11 anni. Ovviamente non ci avevo capito un cazzo e solo anni dopo l’ho imparato ad apprezzare come uno dei migliori albi dell’indagatore dell’incubo e non solo. Quello che so con sicurezza però è che mi incuriosì tanto che nel giro di qualche anno avevo recuperato tutti gli arretrati (viva viva l’edicola della stazione) e nel frattempo continuavo a leggerlo e a imparare.

dydratigher1C’è chi può indicare il responsabile del suo amore per i libri, i dischi, i film, e anche i fumetti in qualcuno. Il classico “me li faceva leggere mio padre” o “lo guardavo con mio zio a natale” così come “li ho trovati in camera di mio fratello maggiore”. Io ho vita facile a colpevolizzare di buona parte della mia “formazione culturale” proprio Dylan. Ovviamente non è stato il mio solo riferimento, ma una buona fetta di letteratura e cinema l’ho scoperta in età prepuberale proprio grazie ai rimandi e alle citazioni di quegli albi, e per questo amo così tanto il personaggio.

Poi come succede quando ti perdi con gli amici d’infanzia che saluti giusto se li incontri quando sei a prendere l’aperitivo iniziarono a uscire quelle storie bruttissime che io collego principalmente all’albo n.220 “Concorrenza sleale”. Mi resi conto che continuavo a comprare Dylan Dog ma che lo aggiungevo alla mensole dove risiede tuttora tutta la collezione senza manco leggerlo, o sfogliando qualche pagina per provare una gran noia e mollarlo subito li, e così ho detto il mio addio a un personaggio che tanto ha significato per me*.

Poi è iniziato questo nuovo corso recchioniano e ho ricominciato a comprarlo, anche solo per curiosità apprezzando il lavoro dello sceneggiatore romano (che già aveva scritto una meraviglia come “Mater morbi”, una di quelle storie che oltre a piacerti ti fanno tanto male che ti entrano sotto la pelle e dentro le ossa). Ammetto candidamente che il primo approccio è stato proprio quello dell’incontro con l’amico d’infanzia non più cagato per decenni quando lo incroci per caso, quel misto di imbarazzo e “speriamo che non mi chieda di vederci una sera di queste che non saprei che menzogna di scusa inventarmi”. Eppure la nuova linfa si vedeva subito con il manifesto programmatico spaziale di Recchioni e alcune storie molto buone, pur avendo lasciato un po’ troppo in sospeso quel carattere si “serialità” che sembrava inserire l’ingresso del villain John Ghost e presentando ancora qualche albo più che sottotono come quello della pittrice monca.

dydratigher2Mi sto comunque dilungando un po’ troppo, ma avrei un universo di considerazioni da scrivere sull’indagatore dell’incubo e su come ha accompagnato la mia vita, sulle mie aspettative di un grande ritorno agli antichi fasti. Il fatto è che voglio arrivare a dire che quello che volevo e desideravo tantissimo da questa rivoluzione nel mondo di Dylan Dog è riuscito ad arrivarmi dritto in faccia come il miglior cazzotto ben dato dall’albo uscito oggi in edicola e scritto da Rathiger.

“In fondo al male” riesce ad essere una classica storia di Dylan di quelle belle. C’è la manza in pericolo che nasconde qualcosa di spaventevole, l’inquietudine, l’intreccio avvolgente e la normalità terrificante di un paesino e dei suoi abitanti. C’è la storia sovrannaturale che fa da sfondo e da barbatrucco per raccontare e dire qualcosa di difficile e vero sul male e sulla natura umana. C’è magia e orrore. Allo stesso tempo “In fondo al male” è una storia di Ratigher, ci sono infatti momenti di sessualità disturbata e disturbante, la cattiveria e lo squallore morale sono messi su carta con sfrontata violenza e un senso di divertimento dell’autore che le sfrutta per raccontare un’oscurità e ci riesce benissimo.

I disegni di Alessandro Baggi completano a meraviglia il lavoro di sceneggiatura con un tratto che accompagna perfettamente le variazioni della storia tra reale e surreale dedicando a Dylan una pagina unica di bellezza e intensità sconvolgente e una splashpage che non vedo l’ora di vedere su un volume di grande formato (che daje, è palese che questa storia finirà così e se lo merita anche tutto).

Non scrivo altro, se non l’avete già fatto godetevi ogni millimetro di inchiostro di questo albo memorabile, che a pagarlo solo 3 euri e venti ci si sente quasi dei ladri.

Evviva Ratigher, evviva Baggi, evviva Recchioni e più che altro evviva Dylan Dog!

*Dando na riletta a questa frase scritta di getto (come il resto) nella foga della pausa pranzo e nel preso benismo della lettura mattutina di “In fondo al male” mi rendo conto che sembro uno di quelli da “ora fa tutto cagare un tempo si che era bello” o ancora peggio quegli esseri nefasti da “ah ma i primi cento numeri erano un’altra cosa”. Tralasciando il fatto che nei primi cento numeri c’erano delle puttanate come “Il tagliagole”, negli anni ho riprovato a prendere qualche numero di Dylan, ma non riuscivo mai a ritrovare quell’atmosfera e quella profondità che per me fanno il 99% del personaggio.

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