L’ora di storia: “Marvel comics” di Sean Howe

marzo 1, 2016

So che pensate marvelsi tratti dell’ennesimo periodo di assenza latveriana, ma a un momento di megamerda sul lavoro s’è aggiunto che la totale assenza di attività fisica praticata negli ultimi vent’anni m’ha provocato una spalla praticamente inutilizzabile per un po’ di giorni, giorni nei quali approfittando dell’acquisto di un kindle mi sono deciso a leggere la megastoria della marvel scritta da Sean Howe e pubblicata giusto qualche anno fa.

Finora non avevo ancora avvicinato quest’opera per un pochetto di paura, quel timore che accompagna sempre il momento in cui vai a cercare di conoscere i tuoi eroi, eppure una volta affrontate queste pagine mi sono sentito a casa. Leggere i retroscena che a partire dagli anni quaranta hanno scandito i fumetti con cui sono cresciuto è come rivivere quelle avventure per la prima volta, nonostante tutti i momenti sordidi attraversati dalla marvel in questi settanta e passa anni di storia, perché tutte le situazione di merdoni economici e le porcate fatte agli artisti non possono cancellare le centinaia di ore di pace vissute in quell’universo di storie e disegni, anche quando il mondo al di la dei fumetti faceva di tutto per farmi male (e se questa frase non vi fa esplodere l’emo-metro non so cosa possa farlo).

Probabilmente se andaste a chiedere a un nutrito campione di lettori di questo bellissimo libro la maggior parte vi parlerebbe di guerre tra squali (ci sono), di una fredda storia di speculazioni economiche (ci sono) e di screzi e battaglie tra autori e disegnatori spesso entrambi pieni di sabbia nella vagina (ci sono, ahimè). Il lato economico/societario della marvel per me è abbastanza semplice e rapido da liquidare invece : buongiorno gente, la marvel è una società, non un’opera pia, e deve portare i soldini nelle tasche delle persone che ci lavorano, e più questi soldini sono numerosi, più queste persone sono contente, quindi benvenuti nel mondo reale dove non ci si nutre con gli ideali.

marvel1

Quello che manca al libro è giusto una parte fotografica con materiale tipo questo

Diciamo quindi che gli aspetti societari ed economici mi hanno lasciato abbastanza freddo pur nei loro punti di interesse, particolarmente su come hanno influenzato il lato artistico della produzione, mentre mi hanno letteralmente entusiasmato i racconti del bullpen degli anni sessanta, il periodo di droghissime che ci ha dato alcuni dei fumetti più entusiasmanti mai letti, le faide tra autori in cui non sai da che parte stare per quanto hai voluto bene a tutte le parti in causa, la sagra dell’odio per Jim Shooter, i terribili anni novanta, che a rileggere le dichiarazioni dei tempi di alcuni cialtroni resti ancora senza parole, e ti dispiace che sia poco approfondito l’aspetto attuale della marvel.

Quello di Howe è un testo consigliatissimo, una cronaca che mostra tutto il suo amore nell’essere fredda e accademica, ma che racconta una storia che per chi è cresciuto sognando di lanciare scudi o ragnatele ha una connotazione praticamente sacra.

Annunci

Tutti i centri del nuovissimo occhio di falco

gennaio 26, 2016

of3Ero molto curioso di leggere il nuovissimo occhio di falco, iniziato subitissimo senza cagarsi di pezza secret wars e praticamente di rimbalzo dalla conclusione del meraviglioso ciclo di Fraction ed Aja conclusosi poche settimane fa.
Diciamo subito che Lemire e Perez fanno centro alla grandissima, anche se nel farlo danno l’impressione di sapere già come colpire il bersaglio per far contenti lettori e critica: il ricordo d’infanzia, l’azione, le battute, i disegni favolosi, la DINAMICA! che viene urlata a ogni tratto e ad ogni guizzo di colore. I due riescono in poche parole a far sembrare facilissimo quello che per un numero abnorme di autori di fumetti è solo un lontano miraggio.
A dare un’idea di trama, possiamo dire che ritroviamo Clint Burton e Kate Bishop dove li avevamo lasciati, ossia come due occhio di falco al servizio del bene. Lui è sempre sordo, lei è sempre ganza e insieme sono una coppia fumettistica di quelle con il botto. Mentre loro assaltano nel presente una base Hydra che nasconde un segreto di quof2elli belli misteriosi che ci garbano tanto, un continuo flashback ci porta all’infanzia di Clint e al racconto di come con il fratello Barney sia arrivato bambino ad aggregarsi al circo dove avrebbe ricevuto il suo addestramento.
La marvel azzecca il colpo in pieno affidando la nuova serie dedicata ai suoi arcieri a Lemire e Perez dopo i fasti della gestione Fraction/Aja. I due autori non sbagliano una virgola e perseverano nel proporre un fumetto tanto frizzante quanto introspettivo, un prodotto di altissimo livello artistico capace però di intrattenere come poche altre esperienze sul mercato supereroistico attuale, un esame di sceneggiatura e disegno superato con il massimo dei voti grazie a coraggio e capacità.

Un nuovo classico istantaneo, da commuoversi da quanto è bello.


Il Miracleman di Gaiman e Buckingham che spacca tuttissimo

gennaio 5, 2016

miracleman1Di Miracleman avevamo già parlato in occasione della ristampa delle storie de “Lo scrittore originale” (sta cosa continua a farmi ridere. Quanto son belli gli editoriali in cui viene costantemente chiamato con questo nome in grassetto? Chi sarà mai questo autore del mistero? Ahahahahha quanto sono stupido), e torniamo a parlarne per la strenna natalizia fattaci dalla Panini con la pubblicazione il 24 di dicembre del primo numero della nuova run dedicata all’iconico supereroe da Neil Gaiman disegnata da quel fenomeno di Mark Buckingham.

I tre libri dell’opera originale sono stati una delle letture più appassionanti e sconvolgenti capitatemi sotto mano negli ultimi anni, e le mie aspettative per il ritorno del personaggio non erano altissime (del resto sarebbe come se a un prete venisse proposto un seguito del vangelo) avendo assaporato un fumetto pazzesco sulla nascita di un dio nei mesi precedenti. E invece mi sbagliavo parecchio.

Gaiman l’ho sempre visto come uno che s’è trovato a scrivere fumetti per puro caso quando avrebbe voluto fare tutt’altro. Il ragazzo è in gambissima e l’ha dimostrato più volte, ma in molte sue opere ci ho sempre percepito un sottofondo da “beh dai, scriviamo sta roba figa ma paracula per pagare le bollette e poi torniamo a fare quello che ci piace, ossia il romanziere” che in alcuni punti delle sue opere, particolarmente in quelle minori, mi ha infastidito. Eppure in queste prime pagine del suo miracleman mi ha letteralmente stregato.

Rimettere subito sul piedistallo Miracleman sarebbe stato complicato e probabilmente sciocco. Ci troviamo quindi a leggere di un mondo dove è sorta una divinità che abbiamo imparato a conoscere in tutte le meravigliose storie precedenti, ma che è ancora abitato dai mortali, persone con problemi a volte stupidi e a volte immensi e che per questi problemi pregano, e lo fanno verso un dio per una volta raggiungibile (anche se non proprio facilmente).

Miracleman_by_Gaiman_and_Buckingham_1_Preview_3-600x923Assistiamo quindi a questo primo viaggio/incontro/scontro tra l’uomo e la divinità, un essere onnipotente la cui volontà può risultare incomprensibile a un comune essere umano.

Così come “lo scrittore originale” riusciva a concretizzare in poche pagine contenuti che avrebbero avuto bisogno di intere biblioteche nelle sue storie di Miracleman, così sembra riuscire a fare Gaiman in questo primo albo, e l’entusiasmo si impenna. Poi magari arriveranno tutte le supercazzole oniriche tipiche dell’autore inglese, ma per ora va alla grande così.

Perdersi questo fumetto, anche considerando che costa quanto una birra piccola, sarebbe veramente peccato mortale.


Le improbabili interviste di Latveria is for lovers: Paolo Cattaneo

dicembre 18, 2015

estatescorsa0Nuova serata di presentazioni al Teatro Altrove, e nuova incredibile intervista del vostro blog di giornalini a fumetti.

Questa volta però il pendolarismo si accanisce contro di me e mi perdo tutta la suddetta presentazione con sommo scazzo e disappunto, ma questo non ci impedisce di avere una interessante chiacchierata con il genovese Paolo Cattaneo, fresco autore di “L’estate scorsa” per i ragazzi di Canicola.

Latverians: Ciao Paolo ti va di fare un’intervistina veloce veloce per Latveria is for Lovers?

Paolo Cattaneo: Certo! Come facciamo? Via email?

L.: Ma va! La facciamo adesso!

P.C.: …

L.: Non ho ancora letto il tuo libro, infatti l’ho appena comprato, però so che parla di regaz negli anni novanta che hanno un’esperienza avventurosa. Dato che Latveria is for lovers è un blog di fumetti di supereroi, puoi dire che i tuoi protagonisti sono un po’ degli eroi reali?

P.C.: Dai, sono molto contento!

estatescorsa1L.: Ma hai mangiato? Hai fame?

P.C.: Effettivamente no, stavamo giusto andandoci adesso.

L.: Allora vi lascio andare. Buon appetito e grazie mille per l’intervista.

E anche per questa volta è tutto.*

 

Il libro di Paolo poi l’ho letto tra ieri sera sulla corriera, e oggi in treno (anche se non l’ho ancora finito) ed è molto bello. Non è facile scrivere racconti sull’adolescenza a fumetti in Italia e risultare originali e interessanti, abbiamo avuto esempi di autori grandissimi nel farlo, però ne “L’estate scorsa” c’è tutto quel trasporto empatico e quel coinvolgimento che servono a farne un ottimo lavoro. I disegni di Paolo, tutti realizzati a matita e dal tratto leggermente grottesco sono splendidi.

estatescorsa2La mia domanda era sbagliatissima. I protagonisti del libro infatti non sono (solo) i ragazzi per quanto imbastiti e orchestrati alla perfezione, quanto l’atmosfera generale, gli anni novanta della nostra adolescenza ricordati con cura e non solo come mero esercizio nostalgico o postmoderno. La bellezza de “L’estate scorsa” risiede proprio nella sua capacità di essere applicato a qualsiasi epoca, qualsiasi città e qualsiasi persona, e questo è il traguardo più ganzo che un libro che narra una formazione può fare (e gli echi di “Stand by me” sono fortissimi, cosa più che gradita al sottoscritto).

Dai tempi di Kazcoff, splendida fanzine di un dieci anni fa, Paolo fa passi da gigante e scrive e illustra un fumetto bellissimo e dalla imponente personalità.

Bravissimo.

*come sempre più o meno ricordo così, c’era anche un gran casino di gente che dopo ci stava un concerto.


Il Dylan Dog scritto da Ratigher

novembre 26, 2015

Dylan-Dog-n.-351Se da un lato cercavo da mesi una scusa per scrivere qualcosa sul “nuovo corso recchioniano di Dylan Dog”, dall’altro aspettavo anche dai primi rumors con una discreta curiosità di leggere la prima storia di Ratigher dedicata al personaggio bonelliano.

Ratigher io me lo ricordo come bassista dei Laghetto, insieme ad altri ganzissimi come quel fenomeno di Tuono Pettinato, un gruppo che al di là delle grandissime gag rappresenta ancora per il sottoscritto una delle meglio cose uscite dalla musica qualcosa-core italiana e non solo con la gente che sbraita e le chitarre grosse (tantissimi anni fa scrivero questo). Poi l’ho ritrovato fumettaro su Hobby comics con i superamici (e c’era sempre quel fenomeno di Tuono Pettinato di cui se non l’avete capito sono un grande fan, sia come chitarrista che come autore di fumetti) dove c’erano quelle storie bellissime.

Poi c’è stato quel gioiello di “Trama” e il successo dell’autoproduzione/crowdfounding o quello che è delle ragazzine che non ho letto. E ora Dylan Dog.

Io il primo Dylan Dog che ho comprato è stato “Caccia alle streghe” che avevo 10 o 11 anni. Ovviamente non ci avevo capito un cazzo e solo anni dopo l’ho imparato ad apprezzare come uno dei migliori albi dell’indagatore dell’incubo e non solo. Quello che so con sicurezza però è che mi incuriosì tanto che nel giro di qualche anno avevo recuperato tutti gli arretrati (viva viva l’edicola della stazione) e nel frattempo continuavo a leggerlo e a imparare.

dydratigher1C’è chi può indicare il responsabile del suo amore per i libri, i dischi, i film, e anche i fumetti in qualcuno. Il classico “me li faceva leggere mio padre” o “lo guardavo con mio zio a natale” così come “li ho trovati in camera di mio fratello maggiore”. Io ho vita facile a colpevolizzare di buona parte della mia “formazione culturale” proprio Dylan. Ovviamente non è stato il mio solo riferimento, ma una buona fetta di letteratura e cinema l’ho scoperta in età prepuberale proprio grazie ai rimandi e alle citazioni di quegli albi, e per questo amo così tanto il personaggio.

Poi come succede quando ti perdi con gli amici d’infanzia che saluti giusto se li incontri quando sei a prendere l’aperitivo iniziarono a uscire quelle storie bruttissime che io collego principalmente all’albo n.220 “Concorrenza sleale”. Mi resi conto che continuavo a comprare Dylan Dog ma che lo aggiungevo alla mensole dove risiede tuttora tutta la collezione senza manco leggerlo, o sfogliando qualche pagina per provare una gran noia e mollarlo subito li, e così ho detto il mio addio a un personaggio che tanto ha significato per me*.

Poi è iniziato questo nuovo corso recchioniano e ho ricominciato a comprarlo, anche solo per curiosità apprezzando il lavoro dello sceneggiatore romano (che già aveva scritto una meraviglia come “Mater morbi”, una di quelle storie che oltre a piacerti ti fanno tanto male che ti entrano sotto la pelle e dentro le ossa). Ammetto candidamente che il primo approccio è stato proprio quello dell’incontro con l’amico d’infanzia non più cagato per decenni quando lo incroci per caso, quel misto di imbarazzo e “speriamo che non mi chieda di vederci una sera di queste che non saprei che menzogna di scusa inventarmi”. Eppure la nuova linfa si vedeva subito con il manifesto programmatico spaziale di Recchioni e alcune storie molto buone, pur avendo lasciato un po’ troppo in sospeso quel carattere si “serialità” che sembrava inserire l’ingresso del villain John Ghost e presentando ancora qualche albo più che sottotono come quello della pittrice monca.

dydratigher2Mi sto comunque dilungando un po’ troppo, ma avrei un universo di considerazioni da scrivere sull’indagatore dell’incubo e su come ha accompagnato la mia vita, sulle mie aspettative di un grande ritorno agli antichi fasti. Il fatto è che voglio arrivare a dire che quello che volevo e desideravo tantissimo da questa rivoluzione nel mondo di Dylan Dog è riuscito ad arrivarmi dritto in faccia come il miglior cazzotto ben dato dall’albo uscito oggi in edicola e scritto da Rathiger.

“In fondo al male” riesce ad essere una classica storia di Dylan di quelle belle. C’è la manza in pericolo che nasconde qualcosa di spaventevole, l’inquietudine, l’intreccio avvolgente e la normalità terrificante di un paesino e dei suoi abitanti. C’è la storia sovrannaturale che fa da sfondo e da barbatrucco per raccontare e dire qualcosa di difficile e vero sul male e sulla natura umana. C’è magia e orrore. Allo stesso tempo “In fondo al male” è una storia di Ratigher, ci sono infatti momenti di sessualità disturbata e disturbante, la cattiveria e lo squallore morale sono messi su carta con sfrontata violenza e un senso di divertimento dell’autore che le sfrutta per raccontare un’oscurità e ci riesce benissimo.

I disegni di Alessandro Baggi completano a meraviglia il lavoro di sceneggiatura con un tratto che accompagna perfettamente le variazioni della storia tra reale e surreale dedicando a Dylan una pagina unica di bellezza e intensità sconvolgente e una splashpage che non vedo l’ora di vedere su un volume di grande formato (che daje, è palese che questa storia finirà così e se lo merita anche tutto).

Non scrivo altro, se non l’avete già fatto godetevi ogni millimetro di inchiostro di questo albo memorabile, che a pagarlo solo 3 euri e venti ci si sente quasi dei ladri.

Evviva Ratigher, evviva Baggi, evviva Recchioni e più che altro evviva Dylan Dog!

*Dando na riletta a questa frase scritta di getto (come il resto) nella foga della pausa pranzo e nel preso benismo della lettura mattutina di “In fondo al male” mi rendo conto che sembro uno di quelli da “ora fa tutto cagare un tempo si che era bello” o ancora peggio quegli esseri nefasti da “ah ma i primi cento numeri erano un’altra cosa”. Tralasciando il fatto che nei primi cento numeri c’erano delle puttanate come “Il tagliagole”, negli anni ho riprovato a prendere qualche numero di Dylan, ma non riuscivo mai a ritrovare quell’atmosfera e quella profondità che per me fanno il 99% del personaggio.


Attese che pagano: Il finale di Occhio di falco

novembre 16, 2015

image_galleryIo questi albi seriali che escono ogni due/tre mesi non è che li amo proprio alla follia. Ogni volta che esce un nuovo numero infatti mi devo andare spesso e volentieri a rileggere quanto successo prima perché non mi ricordo una mazza. Figurarsi quando un albo esce quasi un anno dopo al precedente.

E invece io dove eravamo rimasti con Occhio di Falco me lo ricordavo e anche bene. Del resto la serie di Fraction e Aja è una delle cose migliori lette negli ultimi anni, e quel cliffangherone con cui si chiudeva l’undicesimo albo è difficile cancellarlo dalla memoria.

Arriva quindi dopo una lunga attesa il dodicesimo albo che va a chiudere questa incredibile run dedicata agli arcieri di casa marvel, e praticamente l’ho letto e riletto per tutto il fine settimana appena trascorso. I fili e le trame aperte da Fraction vengono portati a conclusione in maniera adrenalinica, coinvolgente e con il giusto pizzico di commozione, lasciando però aperta una porta mastodontica per nuove storie (e vedendo i nomi coinvolti nel prossimo progetto c’è da leccarsi i baffi). I disegni di David Aja sono qualcosa di sensazionale, probabilmente tra le migliori tavole capitatemi sotto gli occhi in questi anni, capaci di dare una carica dinamica ed espressiva unica e di creare un’infinità di immagini praticamente iconiche.

“Occhio di falco” però è una serie/capolavoro non solo per la meravigliosa sceneggiatura e i fantastici disegni, ma anche per la sua capacità di restare un blockbuster d’azione senza rinunciare a incursioni pazzissime nella sperimentazione, un coraggio che ha pagato in pieno e che ci ha permesso di leggere alcune storie veramente memorabili (un attacco mafioso visto attraverso gli occhi di un cane? Una storia action nel linguaggio dei segni? Splendide!) dove sarebbe stato facilissimo cadere in una insulsa porcheria. Qua si fa fumetto NUOVO lasciando tutte le esplosioni e le fighe e le battute che devono esserci, e non è cosa da nulla.

Una delle migliori proposte degli ultimi anni, non solo parlando di fumetti di supereroi. Da leggere, rileggere e conservare come un tesoro raro.


Letture di un futuro passato #2 – Daredevil – L’uomo senza paura

ottobre 15, 2015

image_gallerySe la prima volta ho tirato fuori qualcosa di particolare, questa volta scrivo al volo consigliando un capolavoro che mi sento come se stessi consigliando di bere a qualcuno che ha sete.

Cogliendo la palla al balzo dell’arrivo di Netflix in Italia con conseguente sbarco della prima bellissima stagione della serie tv dedicata a Devil, la Panini pensa bene, anzi benissimo, di riproporre in versione strafiga alcune delle migliori storie del diavolo rosso.

Si inizia con la mini di cui la prima stagione della serie televisiva è più debitrice: L’uomo senza paura, sorta di Devil anno uno scritto da un Frank Miller in bollissima e disegnato dal Romita Jr degli anni ’90, ossia il miglior Romita Jr. Non penso ci sia bisogno di tirarla per le lunghe, è una delle storie più famose dedicate a Matt Murdock, un gioiello come tutta la gestione Miller del personaggio che lascia senza respiro dalla prima all’ultima pagina.

Se non l’avete mai letto ora potete farlo, se lo volete da mettere in bella vista in libreria in una nuova edizione che rende ben giustizia all’immenso valore di questa storia potete fare anche questo.