Qui una volta era tutto Wakanda: Black Panther

febbraio 19, 2018

Portrait (MRLND_019G_G - Japan Art B1 (Marketing Approval Only))

La cosa meglio rappresentata nel film dedicato a Pantera nera è quel modo di fare del Wakanda tipico del compagno di classe ricco delle elementari parecchio stronzo. Quello che non condivideva le merendine zozze quando tu avevi un misero pacchetto di crackers o tre granturchese sbriciolati, o che se andavi a casa sua ti faceva cadere dal pero una prova con il suo Super Scope. Praticamente tutta la tematica forte del film infatti è su come l’immaginario staterello africano potrebbe condividendo le sue incredibili ricchezze risolvere un bel po’ di problemini in giro per il mondo.

Impossibile fare una pellicola simile senza parlare di politica, del resto Pantera nera è sempre stato (e oggi forse lo è ancora di più) il supertizio marvel che insieme a Capitan America permetteva ai suoi autori un maggior impegno dal punto di vista dei contenuti. Sarà che la bandiera della Disney non è proprio il vessillo più adatto sotto cui proporre questo particolare tipo di materiale ma la componente politica per quanto interessante l’ho trovata un po’ timidina, visto anche quant’era incazzato il film d’esordio del regista Ryan Coogler, un ragazzo del 1983 che quando in “Creed” ha messo su determinate scene determinata musica mi ha fatto rialzare in piedi in un cinema menando pugni per aria, quindi uno a cui si vuole bene e da cui mi aspettavo moltissimo. Diciamo che il nostro ce la mette tutta e non era proprio nell’ambiente ideale, del resto parlare di politica e questione razziale in un film Marvel/Disney è come andare a parlare di Van Damme al cineforum sui classici russi, ma sinceramente non so quanta gente si porrà davvero delle domande dopo aver visto “Black panther”, particolarmente tra quelli che queste domande non se le sono mai poste.

Se tralasciamo la politica però, che su queste pagine ci interessa in maniera alquanto relativa, com’è questo “Black panther”? A me è piaciuto. Non quanto un “Guardiani della galassia” o un “Avengers”, ma sono uscito dalla sala non gasatissimo, ma abbastanza soddisfatto.

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la pro-loco del Wakanda lavora benissimo

A venir presentato molto bene è lo stato del Wakanda. Un piccolo pezzo d’africa benedetto da un meteorite che l’ha reso ricchissimo e tecnologicamente avanzato, ma che ha preferito tenersi tutto per se facendo finta col resto del mondo di essere dei pezzenti con le capre. Uno stenterello che alterna tradizioni secolari, pastorizia e vestiti tribali a armi pazzesche, aerei incredibili e una tecnologia medica capace di curare anche il peggior raffreddore. In questo stato il re è Pantera nera, un titolo ereditario che quando tocca, come già sapevamo da “Civil war” al nostro protagonista T-challa, questo non fa in tempo a mettersi il suo nuovo costume ganzissimo che subito deve difendere il suo stato e il suo ruolo dall’attacco di un incazzatissimo Killmonger, un energumeno che ha tutte le ragioni però per fare la sua crociata contro il Wakanda e non solo per i suoi problemi dermatologici e con cui si può anche provare una certa empatia.

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“come sarebbe 120 euri la visita dermatologica?”

A essere portata benissimo su schermo è la tradizione di questi film, in cui l’eroe cade e si rialza, grazie anche a un Chadwick Boseman che ci crede tantissimo ai suoi panni di Pantera nera e a una nemesi portata sullo schermo da un Michael B.Jordan in stato di grazia, e mentre tra i comprimari il megagigioneggiante Andy Serkis e Martin Freeman portano a casa un buon risultato, Forest Whitaker e Danyel Kaluuya (complice anche due personaggi scritti malissimo) sono un vero e proprio strazio a ogni loro comparsa, e particolarmente il primo sembra stia li giusto per pagare due bollette.

In definitiva quindi un film gradevole, con un buon ritmo superata la parte iniziale, con qualche bella scena action (su tutte l’inseguimento coreano), un paio di note negative tra cui primeggia una cgi spesso non all’altezza (i rinoceronti o il treno sotterraneo) e un paio di personaggi insulsi. Però potete imbarcare per farli venire a vederlo insieme a voi anche quelli che dei film di supertizi non gliene frega una mazza spacciandolo per “il film politico della marvel” anche se ora sapete che non è proprio così.

Edit: Faccio un piccolo addendum. Leggendo in giro per l’internet secondo me molta gente non aveva ben chiaro cosa andava a vedere entrando in sala per “Black Panther”. Non è il film a essere paraculo, o politicamente corretto perchè è quasi interamente recitato da attori di colore, è che il fumetto di Pantera nera, che da solista è quasi interametne ambientato in Wakanda, è tutto popolato solo da personaggi di colore. Negli anni 70 quando era scritto da quel fenomeno di McGregor ed era pubblicato su “Jungle Action” l’autore stesso si rifiutava di far intervenire personaggi bianchi nelle storie di T’challa. Nel Pantera nera recente si arriva ad avere una sorta di Vendicatori di colore (e sono fichissimi).

Bah, sono veramente basito. Con tutti i difetti che può avere questo film (e ne ha) quello del cast nero è probabilmente l’unica cosa totalmente azzeccata dall’inizio alla fine della pellicola.

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(It’s so nice to be) Happy!

febbraio 6, 2018

happy1Guardando la prima puntata di “Happy!”, la serie tv tratta dal fumetto di Grant Morrison e Darick Robertson, sono stato colto da un fortissimo senso di deja vu. Per quanto già presente nel racconto disegnato la scena della fuga dall’ospedale del protagonista, violentissima e esilarante, mi ha riportato alla mente per messa in scena e furiosità dell’azione i migliori momenti di quel capolavoro di “Crank”. Poi finita la visione e traboccante di presobenismo sono andato a vedere chi era il regista dell’episodio e tutto è stato chiarissimo.

“Happy!” infatti è sceneggiata e diretta da Mr.Brian Taylor, una delle due menti dietro a quelle due meraviglie cinematografiche di “Crank” e “Crank High voltage”. Certo, il nostro dopo quell’esordio col botto insieme al socio Mark Neveldine non ne aveva più presa una tra la sceneggiatura di quell’abominio di “Johna Hex” e quella cagata con “Ghost Rider Spirito di vendetta”, ma qua , rimasto solo soletto dopo lo scioglimento del dinamico duo, torna al suo campo di battaglia preferito e si fa perdonare gli ultimi anni di continui passi falsi: protagonista tostissimo, sparatorie a raffica, botte da orbi, un pizzico di psichedelia, quel giusto umorismo nero abbastanza malsano e tanta, tantissima velocità.

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Del fumetto da cui è tratta questa serie tv ne avevamo parlato qualche anno fa, e ci era piaciuto tantissimo. Morrison creava il più classico degli eroi action alla Shane Black: Nick Sax è un ex-sbirro fallito dedito al peggior alcolismo possibile e con dei seri problemi cardiaci che per campare ammazza gente a pagamento, ed è pure superbravo a farlo. Casualmente il nostro si trova a dover da una parte far fronte a sicari mafiosi molto incazzati che diventano carne da cannone con cui divertirci con la sua bravura a uccidere la gente in modi bizzarri, dall’altro a dover cercare una bambina rapita da un inquietantissimo santa claus, e infatti l’altra caratteristica che fa pensare nuovamente alle opere di Black è la bellissima ambientazione natalizia del tutto, vero e proprio punto di forza della serie tra bambini legati con lucine per l’albero accese e canzoncine a fare da accompagnamento a esplosioni di folle violenza (poi oh, è cosa nota che io con certe atmosfere ci vado in brodo di giuggiole). A spalleggiare Nick nella sua avventura è Happy, un cavalluccio azzurro volante amico immaginario della bimba rapita che solo lui può vedere e sentire.

La serie riprende paro paro la storia fumettistica, ma dove la scrittura di Morrison e il disegno di Robertson erano sempre volti al cupo pur trattandosi di uno di quegli esempi in cui lo sceneggiatore inglese vince tutto proponendo una storia semplice invece delle sue note supercazzole, Taylor crea un mondo violento e colorato, dove il sangue dipinge capolavori e i pugni compongono sinfonie, ma più che altro facendo una cosa rarissima e splendida per una serie televisiva: va praticamente sempre a tavoletta.

 

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A fare di “Happy!” il miglior prodotto seriale degli ultimi tempi è anche un mastodontico Christopher Meloni che al suo primo personaggio in cui gli è permessa ogni gigioneggiata ci regala un Nick Sax superlativo. Nonostante l’ottimo maniaco interpretato in “Oz” e il ruolo da protagonista in una delle millemila serie di “Law and order” o in una classica sit-com riempi-palinsesto, con “Happy!” esplode in una performance da vero attorone. Meloni è divertente nei momenti gonzi, convince quando c’è da sparare o menare le mani e commuove nei momenti in cui mette in scena l’animo tormentato del detective e uomo alla deriva.

A venire gestito benissimo è anche il personaggio Happy, forte anche di una cgi impeccabile. Il cavallino della fantasia riesce a non essere mai irritante o fuori luogo, e quando accetta la realtà degli adulti e l’esistenza della cattiveria nel mondo tirando fuori gli attributi come nell’esilarante citazione tarantiniana dell’ultimo episodio è uno spasso. La sua crescita durante la storia è un’altra partita vinta totalmente da Taylor.

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ohohoh

Fantastici anche i numerosi antagonisti, tutti sopra le righe ma perfetti nell’economia della storia e portati sullo schermo da un cast in stato di grazia, a partire dallo sclerotico capomafia interpretato da un superlativo Ritchie Coster fino all’inquietante sicario Smoothy affidato a Patrick Fischler.

Non solo “Happy!” è una delle migliori trasposizioni fumettistiche che mi sia mai capitato di vedere, ma è anche la serie tv che più mi ha entusiasmato negli ultimi tempi, nonché il ritorno di Brian Taylor a qualcosa di grandioso. Non ho ancora visto “Mom and dad” ma da fonti autorevoli non è quella riscossa del regista che invece riesce totalmente con questa serie televisiva, sia nella messa in scena della storia con alcune sequenze da antologia come la partita a poker, la già citata fuga dall’ospedale o la rissa coi cinesi, sia nei veri e propri colpi di genio come la visione delirante ambientata al Jerry Springer Show, il reality tipo Jersey Shore sulle milfone italoamericane in odor di malavita o il trucidassimo video musicale natalizio che apre il settimo episodio.

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il ritratto della felicità

Lo dico? Si dai.

CAPOLAVORO!


Cose belle del 2017 #4: I cinecomic – “Spiderman Homecoming”

febbraio 4, 2018

smIl caso ha voluto che quando è giunto il momento di andare a vedere “Spiderman-Homecoming” mi sia trovato seduto di fianco al figlio tredicenne di una collega di lavoro della signora Forderai.

Ogni tanto mi capitava di girarmi durante la visione, e lui si teneva ai braccioli e guardava sullo schermo le giravolte dell’uomo ragno mentre combatteva con un gigantesco (in ogni senso) Michael Keaton/Avvoltoio con quella luce negli occhi che vorrei mi tornasse per ogni film che guardo, e questo basterebbe a fare della nuova incarnazione cinematografica del tessiragnatele il cinecomic dell’anno.

La cosa ancora più incredibile è che ho visto la stessa sentita partecipazione nel giovine seduto al mio fianco anche nelle scene in cui Spiderman si leva la maschera e un perfetto Tom Holland diventa un semplice liceale con le sue rogne tipiche dell’età. Quindi chi se ne fotte della fedeltà al fumetto classico? A chi interessa realmente vedendo un film così ben architettato sotto ogni aspetto se zia May invece di essere la solita vecchia di merda è la bellissima cinquantenne Marisa Tomei, o se non si fa parola del solito pippone sullo zio Ben e quelle maledette responsabilità? Abbiamo un nuovo Spiderman in un universo cinematografico che lo fa ripartire da zero in modo nuovo e bellissimo, e che riesce a illuminare tanto gli occhi di un ragazzo sulla soglia dell’adolescenza che quelli di un quasi-quarantenne con la passione per i tizi in costume come me.

Cara Marvel del cinema, hai vinto ancora.

(per la cronaca mi è piaciuto un sacco pure il buddy-movie megacoatto spaziale “Thor Ragnarok”, e mi sono divertito anche con “Wonder woman”,  mentre “Justice league” è stato davvero troppo avvilente, una roba talmente triste che sfotterlo mi farebbe sentire una brutta persona)


Cose belle del 2017 #3: T.Coates/B.Stelfreeze – Pantera nera vol.2 La banda

febbraio 2, 2018

banda1Mi cospargo il capo di cenere e faccio subito ammenda: su Pantera nera sono terribilmente ignorante. Il problema è che da giovincello il personaggio non solo non aveva moltissimo spazio nelle storie che leggevo, ma anche quando c’era non mi scatenava molto entusiasmo con i suoi pippozzi tecnologici e la sua nazione da primi della classe. Anche col passare degli anni è un personaggio che non ho mai recuperato più di tanto.

Nel 2016 leggendo i fiumi di inchiostro che incensavano la nuova serie sceneggiata dal giornalista, scrittore e paladino dei diritti civili Ta-Nehisi Coates ho comprato e letto il primo volume. Bello, interessante, ma la sua intricata trama fantapolitica mi aveva lasciato abbastanza freddino. Ci ho pensato un po’ prima di cimentarmi con il suo seguito e sbagliavo, perché quando finalmente si fa più forte l’azione, la serie (che già non era male) impenna e sfreccia che è una meraviglia pur mantenendo tutto il suo spessore contenutistico.

Se nel primo volume infatti conoscevamo la rivolta che stava straziando il Wakanda e tutti i dubbi, le paure e le debolezze che affliggevano il suo re col costume da pantera nera e gli abitanti della sua nazione, nella seconda parte si arriva ai fatti. T’challa messo alle strette chiama un paio di amici, la banda del titolo, formando un estemporaneo gruppo di supereroi di colore che lo aiuteranno a ridimensionare i capi-rivoluzionari che sfruttano i dubbi del suo popolo per insediarne il trono. Tra questi troviamo un frizzantissimo e azzimato Luke Cage col panciotto, o l’ex moglie Tempesta, ma a essere protagonista è un’azione serrata e una narrazione velocissima che vanno a concretizzare le trame imbastite nel volume precedente.

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Il colpo da maestro di Coates infatti è quello di rendere non solo interessante, ma anche divertente, una complessa riflessione politica sul ruolo del sovrano-governo, sulla democrazia, sulle radici degli stati e su come sia l’autorità che il popolo possono interpretare al giorno d’oggi il “contratto sociale”, su cosa succede quando i cittadini non credono più a chi dovrebbe comandarli e non ne hanno più fiducia. Quale modo migliore di affrontare argomenti tanto difficili se non con una storia che finalmente ha la giusta dose di cazzotti?

Coates prende il medium fumetto supereroistico seriale e lo trasforma in un tavolo di discussione sociale e politica riuscendo a non perdere di vista il fattore intrattenimento, ed è un risultato miracoloso.


Cose belle del 2017 #2: G.Ennis/K.Burns – Johnny Red

febbraio 1, 2018

johnnyred1Già basterebbe la semplice addizione Garth Ennis + Storie di guerra per comprare questo volume a scatola chiusissima, e almeno per me così è stato.

Che Ennis sia il miglior narratore di vicende belliche a fumetti è cosa abbastanza chiara e ormai assodata, ma ogni volta che si cimenta con l’argomento è sempre un gran piacere.

Questa volta il nostro ridà vita a Johnny Red, eroe del fumetto bellico inglese anni settanta, e mi piace vedere il progetto come una resurrezione  voluta dall’autore per riportare su carta una lettura di quando era un pischello. Me lo immagino tipo a ritrovare vecchi fumetti durante una visita nella sua casa natale e pensare che quelle storie erano una gran bella cosa, tanto valida da volerla proporre anche a nuovi lettori.

Quella del personaggio Johnny Red è una storia anomala: dopo l’infanzia nella povertà della classe operaia di Liverpool entra nella raf, ma dato che per quanto bravissimo è mezzo matto riesce a farsi radiare. Johnny però vuole sparare tantissimo ai nazisti e quindi trova rifugio nelle scalcinate forze aeree russe, portando il suo monoposto Hurricane al comando di una variopinta squadriglia aerea con cui fare il mazzo alle forze dell’asse. La storia di Ennis prende il via ai giorni nostri, quando un giovane nababbo in fissa con gli aeroplani compra la carcassa dell’aereo guidato da Johnny Red. Curioso sull’origine del mezzo rintraccia un anziano meccanico russo veterano della seconda guerra mondiale, che riconosciuto l’Hurricane gli narra tutta la storia dell’anomalo pilota inglese e delle sue scorribande volanti a caccia di aerei nazisti.

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Inutile dire che Ennis si diverte come un pazzo a raccontare queste vicende, riesce a infilarci dentro lo squadrone delle streghe della notte,unità dell’aviazione russa formata da sole donne realmente esistita  a cui aveva già dedicato un volume qualche anno fa, una scena gag con Hitler, la sua critica alla burocrazia che intralcia l’eroismo, una sentita riflessione sui veterani, ma più che altro un sacco di esplosioni, scontri a fuoco e azione epica, e per il lettore sensibile ai racconti bellici e alla scrittura frizzante dello sceneggiature irlandese è una goduria immergersi in ognuna delle pagine di questo volume.

A provare ancora più gusto è il disegnatore Keith Burns ( già al fianco di Ennis su qualche storia di “The boys”), appassionatissimo di aeroplani e aviazione leva ogni possibile freno e le sue tavole spesso oltre i livelli del meraviglioso sono puro orgasmo visivo.

Ovviamente acquisto obbligato.


Cose belle del 2017 #1: Jeff Lemire – Niente da perdere

gennaio 30, 2018

Uno dei principali motivi della lunga assenza di nuovi articoli nel da poco concluso 2017 è che ho letto veramente pochissimi fumetti l’anno scorso. Ammetto che la marvel post secret wars non è stata minimamente capace di appassionarmi, e anche nel panorama dc comics trovo veramente pochi spunti (matrimoni pazzi? No dai).

Prendete questi articoletti che usciranno come una sorta di classifica di fine anno, ma vi avviso già che di quel poco che ho sfogliato nel 2017 mi ricordo solo tre fumetti.

nientedaperdereIl primo di questi è “Niente da perdere” di quel fenomeno di Jeff Lemire.

Dopo alcune ottime prove nel genere supereroistico il nostro torna a casa, ossia quel Canada rurale che già ci ha raccontato benissimo in quel capolavoro di “Essex County”. Un ambiente talmente freddo che sarebbe inadatto a ospitare la vita umana, fatto di piccoli villaggi immersi nella neve, gente indurita dal clima e dalla vita, bestie del bosco e alcolismo. Quelli che negli stati del sud degli usa sarebbero rednecks che vivono in roulotte, qua sono energumeni dai cappotti pesanti che abitano baracche di legna o i ripostigli del palazzetto del ghiaccio che non ci pensano due volte a menare le mani, anche se questo porterà poco o nulla alla loro vita di merda. Lemire a raccontare questo mondo è impareggiabile, e “Niente da perdere” ne è la conferma.

Se “Essex county” era un trittico corale, qua abbiamo un’unica storia che vede come protagonista Derek, un armadio d’uomo dal volto tumefatto, ex-giocatore di hockey su ghiaccio fallito che vive di mestizia, alcolici, rimorsi e scazzottate, e che suo malgrado si trova a dover fare i conti con il suo passato in una storia che ha tutte le caratteristiche dei migliori thriller.

nientedaperdere1Non aggiungo altro perché questa storia si sviluppa talmente bene che è una meraviglia farsi catturare dal racconto, grazie anche al disegno sempre più evocativo di Lemire che nelle splashpage è così bravo nel portare il lettore in quei paesaggi che ti fa venir voglia di andare a prendere una copertina in cui imbacuccarsi prima di girare pagina, in altre pagine la sua capacità di rendere nel disegno la solitudine è commovente, così come è capace come pochi altri di creare la giusta tensione quando la storia lo richiede.

“Niente da perdere” è il racconto di vite uscite di strada, e si prova un fascino quasi deviato a guardarle tramite la lente che Lemire ci mette in mano con una maestria unica, ma del resto stiamo parlando del quarantenne più talentuoso dell’attuale fumetto di oltreoceano.


Sarà pure buono, ma questo non è il mio Punitore

gennaio 23, 2018

punisher-netflix-1Ragazzi, che fatica!

Finire di vedere tutta la serie tv del punitore è stata veramente una sudata. Non un vero e proprio martirio come guardarsi tutto “Iron Fist” e “The defenders”, che erano delle cagate pazzesche noiosissime, ma comunque una discreta fatica.

Certo, le cose buone ci sono. Jon Bernthal è bravo e ce la mette tutta. Sa che dopo un po’ di ottimi ruoli da comprimario questo è il suo turno di essere protagonista con un personaggio ganzo e ci si mette di buzzo buono, e ha quella faccia li di quei tizi che fanno brutto sugli autobus di periferia che non ci devi incrociare lo sguardo, ma questo non basta. Davvero, bravo Jon, e tranquillo che non è colpa tua se “the punisher” m’ha fatto sbadigliare e addormentare un po’ di volte (c’è un’intera puntata girata in un seminterrato con Castle e Microchip che parlano che è una palla immonda. Davvero, avevo più tensione addosso in coda alle poste).

Il problema della storia di questo Punisher è proprio la storia stessa, o meglio le storie che vorrebbe raccontare, a partire dal pippone sulla sindrome post-traumatica del ragazzino che dorme in una buca e che capisci dalla prima inquadratura che combinerà un casino, pippone che non solo viene chiuso malissimo, ma che nulla leva o aggiunge alla storia del personaggio Frank Castle e al suo modo di porsi. Ancora peggio è il modo in cui viene affrontato il personaggio Punitore.

punisher-netflix-2Mi spiego: da quando conosco il personaggio l’ho adorato per un motivo: è un pazzo. Castle ha le origini più cattive dell’universo fumettistico, è un povero cristo sopravvissuto per puro caso a un evento tanto casuale quanto dettato dalla peggior sfiga che s’è visto crepare di fianco moglie e figli, e, per quanto in “Born” Ennis ci abbia raccontato che Castle era già uno svalvolato in Vietnam, reagisce a questo evento in quello che vede nell’unico modo possibile: impazzisce del tutto e inizia ad ammazzare criminali random in modi divertenti per noi lettori. E basta, nessun intrigo, nessuna congiura, niente se non sfiga -> esplosione di follia, e va benissimo così.

Quello del Castle fumettistico è un lento, sfrenato, pazzo, suicidio. Certo, il Punitore porta sempre a casa la pelle, ma semplicemente perché nella sua testa avrà sempre gente cattiva da sparacchiare, accoltellare o pestare a sangue, e questa è la sua unica motivazione e tutto ciò che lo tiene in vita.

Nella serie tv questo non c’è. C’è una congiura che porta all’omicidio di tutta la sua famiglia, ci sono cattivi legati da vincoli emotivi al Punitore. E tutto questo va a uccidermi la “magia” del personaggio. Il Castle interpretato da Bernthal è molto incazzato, ma non è pazzo, e il finale di stagione ne è la terribile prova.

punisher-netflix-3Certo, quei rari momenti di violenza, che per vederli veri e propri devi aspettare l’episodio 12 (quindi sopportare 11 ore di discorsi e chiacchiere veramente inutili quando non ammorbanti), o di sparatorie (molto bella quella nel bosco), sono pure ben fatti a differenza della dozzinalità di un Iron fist, ma non mi fanno promuovere questa baracconata malriuscita, facendomi preferire ancora come incarnazione del Punitore quella data da “Punisher War Zone”.

Tralasciando il fastidiosissimo restyling fatto a Microchip a partire dalla sua insopportabile famiglia, o la storiella iniziale sui muratori, potrei anche passare sopra a tutto questo discorso sulla motivazione della crociata del Punitore, non più frutto di una cattivissima sorte ma di una macchinazione politico-militare, se non fosse che di sua spontanea volontà Castle lascia viva una preda, quindi senza che siano intervenute forze esterne (un supereroe cagacazzi, un povero innocente da salvare…) il Punitore non punisce in una scena chiave della serie un personaggio che per quasi tredici puntate (uguale tredici ore, meglio ricordarlo) doveva essere oggetto di una brutta, bruttissima morte, solo per avere un cattivo ganzo per la stagione 2, e tutto il discorso va a rotoli, e allora si è vista una serie thriller tamarra e noiosa ma con qualche elemento positivo, ma non un buon punitore, non un buon mio punitore.