Kids with guns: Al fantasy-western con dinosauri aveva già i miei soldi, ora ha anche il mio amore

marzo 28, 2018

kids gunsCome fare a lasciare sugli scaffali un volume che unisce western, atmosfere fantasy/magiche e dinosauri grossissimi? Dai, non era minimamente pensabile.

Che il giovanissimo Capitan Artiglio fosse talentuoso ce n’eravamo accorti tutti subito, bastava dare una scorsa alle sue illustrazioni che apparivano sull’internet per rimanere a bocca spalancata colti da una vertigine pop data da quel connubio di manga, tecnologia e dinosauri. “Kids with guns”, il suo esordio uscito qualche giorno fa per Bao publishing non solo conferma le sproporzionate capacità artistiche di questo ragazzo classe 1993, ma ne rivela anche le ottime capacità di scrittura.

Il corposo volume è ambientato in un mondo desertico, una dimensione parallela che unisce un far west popolato da ruvidi fuorilegge col poncho e il grilletto facile a poliziotti robotici senza scrupoli, teschi magici capaci di dare poteri sovrannaturali a alieni dalla pelle blu, e poi ci sono i dinosauri, un sacco di fighissimi dinosauri.

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“Kids with guns” è la storia di tre fratelli di professione banditi che hanno appena compiuto una rapina. A complicare subito le cose ci si mettono gli sbirri alle calcagna, il fatto che uno di loro abbia adottato una misteriosa bambina silenziosa, e i teschi magici ricevuti dal loro padre, una leggenda tra i fuorilegge. A lasciare entusiasti non è solo il modo in cui Capitan Artiglio mischia i generi e le influenze, unendo ad esempio il western classico della tesissima e meravigliosa scena iniziale a caratteristiche da fumetto del sol levante come i teschi magici che attribuiscono ognuno un potere unico e diverso, quanto la facilità con cui fa appassionare il lettore alla sua trama grazie a personaggi fantastici. Viene facile innamorarsi della piccola e innocente bambina catapultata in un mondo di violenza quanto di Veleno, il più scaltro e violento dei tre fratelli protagonisti. “Kids with guns” diventa subito un racconto corale, e ogni voce ha la stessa forza e la stessa carica suadente per chi si trova questo volume tra le mani.

Poi amici la cosa più importante: ci sono i dinosauri, disegnati divinamente e inseriti in maniera impeccabile nel racconto. Cosa volete di più?

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Il mondo di “Kids with guns” è talmente ampio e presentato così bene che un unico volume non è minimamente sufficiente a raccontarne la storia, e non se basteranno gli altri due che a quanto ho capito sono previsti, ma ammetto che non vedo l’ora di leggere il seguito delle avventure dei fratelli Doolin e della piccoletta che spara. L’aspetto “seriale” della storia è fortissimo, tanto che avrebbe potuto tranquillamente essere una validissima proposta anche in un formato “da edicola” (anche se il volume mi va benissimo, e so benissimo che non è l’ambito editoriale della Bao, così come sono contento che l’autore abbia la possibilità di sviluppare il lavoro con tempi più dilatati se il risultato è un libro così entusiamante, quindi questa mia considerazione dell’edicola prendetela con le molle che a ogni rilettura mi sembra sempre più una stronzata).

Capitan Artiglio quindi si rivela non solo dotato di un talento enorme per il disegno, ma anche per la scrittura. Un esordio veramente folgorante.

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La recensione de “Il corvo – Memento mori #1”

marzo 19, 2018

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Per chi come me nel 1994 aveva tredici anni era letteralmente impossibile non venire travolti dal fenomeno “Il corvo”. La tragica fine di Brandon Lee durante le riprese del film di Alex Proyas portò una (macabra) pubblicità pazzesca per una pellicola che altrimenti sarebbe stata probabilmente confinata in quel limbo dei film non abbastanza spacconi da essere blockbuster, non abbastanza sgrausi per diventare b-movie e capaci di uscire solo nei discorsi di qualche appassionato, quei film che becchi in tarda serata alla tele e che ti metti a guardarli giusto per trovare il sonno. Per fare un esempio secondo me avrebbe fatto la fine di “Darkman”.

A “Il corvo” non andò così, la storia la conosciamo (penso) tutti, in un’apoteosi di sfiga una pistola che non avrebbe dovuto sparare proiettili veri spara e il povero Brandon Lee ci lascia le penne. Tutti ne parlano e noi preadolescenti che già saremmo corsi comunque al cinema a vedere un film simile ci fiondiamo in massa con una ragione in più, quel senso terribile dei tizi che si fermano a guardare gli incidenti stradali. Io ero andato a vedere persino “Timecop” quell’anno al cinema (eravamo in tre in sala, io e due amici e forse è uscito dopo, ma è esempio perfetto del fatto che a quell’età andavamo a vedere qualsiasi puttanata), figurarsi “Il corvo”, e alla prima proiezione ci venne praticamente mezza classe.

La vera scoperta fu che “Il corvo” era anche un filmone, una parabola cupa e tristissima, una vendetta spietata che faceva empatizzare totalmente con il suo protagonista, una pellicola piena di personaggi bizzarri e scene memorabili, con un paio di frasi che hanno impreziosito più di qualche Smemoranda.

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Dalla macabra curiosità al mito il passo è stato velocissimo, così come il passare dal film al fumetto per noi ragazzetti un po’ nerd. L’opera di O’Barr venne pubblicata dalla General press (se ben ricordo non era ancora play press) e se già il film non era proprio una festa di colori e buonumore, il fumetto era ancora peggio. Ai tempi non conoscevo la triste storia del suo autore, ma O’Barr inseriva nelle sue tavole tutto il suo dolore, e non portava su carta solo la sua fantasia di vendetta, ma anche tutto il suo malessere verso la vita tra citazioni di Joy Division e Cure e l’estetica più darkettona possibile. Nonostante l’edizione italiana si devastasse ancora più facilmente dei fumetti di “Nightmare” (non facevi in tempo a uscire dall’edicola che già qualche pagina si era staccata) ho letto e riletto i fumetti de “Il corvo” fino a distruggere gli albi in maniera irreparabile.

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Qualche tempo fa leggevo su Rumore un’intervista fatta da Andrea Pomini ad Alessio Gastaldello in occasione dell’uscita del nuovo disco dei Mamuthones (che per la cronaca è bellissimo) in cui il musicista parlando del modo in cui è stato trattato il tema della “paura” nell’album dice “Solo nei due anni di lavorazione è successo un po’ di tutto: attentati, brexit, Trump, uno sbandamento collettivo verso l’ignoto, o peggio, verso il già visto, verso tragedie già sperimentate”.

Leggendo ieri pomeriggio la nuova incarnazione de “Il corvo” made in Italy (ma pubblicata in contemporanea negli Usa da Idw) scritta da Roberto Recchioni e disegnata divinamente da un Werther Dell’Edera dalla bravura sempre più fuori scala mi sono tornate in mente le parole di Gastaldello, questo perché mentre il Corvo di O’Barr era un supereroe (si, un antieroe, ma comunque super) che trovava la sua origine in un atto violento casuale, ossia il suo omicidio insieme a quello della fidanzata ad opera di una banda di pittoreschi delinquenti sciroccati, qua il giovane protagonista creato da Recchioni è un raggazzo fortemente cattolico che saluta il mondo dei vivi e vede morire la sua amata in un attentato terroristico di matrice islamica di quelli che vediamo fin troppo spesso su giornali e telegiornali negli ultimi anni, e la sua sete di vendetta ha una portata molto più ampia, più attuale e generale.

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Probabilmente la gang di malandrini era un argomento ugualmente sentito nella Detroit di fine anni ottanta (la fidanzata di O’Barr morì in un incidente automobilistico e lo spunto per il corvo nacque da un fatto di cronaca letto sul giornale), ma parlando da lettore italiano del 2018 passare da un gruppo di criminali da strada alla minaccia terroristica che tanto terrore causa al mondo occidentale colpisce con inaspettata potenza.

Questo Corvo italiano mantiene l’estetica oscura del personaggio, ma portandola in una storia più attuale, moderna, lasciando la vendetta al primo posto del menù ma indirizzandola verso quella che è la principale paura dell’attuale mondo capitalista. Emblematico in questo il fatto che i rimandi ai testi della musica tristona degli anni ottanta che impreziosivano in fumetto di O’Barr lasciano il posto a un fiume di citazioni bibliche con cui si apre l’albo, segnale che la trama imbastita da Recchioni probabilmente andrà a esplorare le domande su una nemmeno troppo fantasiosa battaglia di religione, di quelle in cui è difficile distinguere la ragione dal torto, e questo mi mette ancora più curiosità di proseguire la lettura pregustando possibili colpi di scena futuri e una storia che già da questo primo assaggio si rivela lontanissima dalla banalità. Il Corvo di O’Barr era un disperato in cerca di vendetta per il quale era facile provare empatia, il David protagonista di questo nuovo albo invece già nel compiere la sua rappresaglia contro i terroristi si mostra come uno spietato angelo della morte e mi chiedo se riuscirò a comprenderne le azioni fino alla fine della sua avventura.

Ho apprezzato tantissimo la scelta di creare un protagonista più giovane, un adolescente che si è visto negare la spensieratezza della sua età e che rinfaccia ai suoi aguzzini questa perdita, così come l’oscura e piovosa ambientazione romana, la città che esce dalle tavole di Dell’Edera è gotica, spaventosa, un perfetto palcoscenico per la messa in scena della vicenda.

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Magari è presto per dare un giudizio su quest’opera, ma grazie a una storia accattivante che non rinuncia a un fantastico momento action, a una piacevolissima short story conclusiva, a un’edizione graficamente splendida e a un preciso apparato redazionale, finalmente nel 2018 mi ritrovo ad avere un fumetto seriale di cui attendo con impazienza di leggere la prosecuzione, e tutto ciò va ad aumentare il mio entusiasmo per questa avvincente resurrezione.


Recuperoni obbligatori: Visione

marzo 18, 2018

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In questi periodi di latitanza mi sono completamente svanito di parlarvi di uno dei (per me pochi) fumetti supereroistici imprescindibili tra quelli usciti negli ultimi due o tre anni. Parlo ovviamente della purtroppo troppo breve serie dedicata a Visione scritta da Tom King e disegnata divinamente da Gabriel Hernandez Walta.

Praticamente ovunque nel mondo del fumetto avrete letto di quanto è ganza questa proposta e mi accodo alla lista degli entusiasti. “Visione” e la storia di come il nostro amato sintezoide abbia provato a costruirsi una famiglia e una vita normale, o meglio umana, e di come tutti i suoi buoni propositi siano finiti in tragedie, sangue e devastazione sia fisica che psicologica, sono stati insieme al Pantera nera di Coates la lettura più piacevole degli ultimi 2/3 anni.

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La bravura incredibile di King sta nel farcire la sua serie di una valanga di riflessioni altissime (il concetto di umano, i valori familiari …) unite a una messa in scena originalissima dei “problemi di tutti i giorni” (l’emarginazione dei figli di Visione a scuola, i rapporti coi vicini di casa…), il tutto senza andare a inpesantire mai il racconto.

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“Visione” per questo è un fumetto miracoloso, ma non solo. La cura con cui è imbastito l’aspetto grafico e artistico a partire dalle copertine raggiunge vette creative rare di questi tempi, così come le trovate di sceneggiatura, a partire dall’inquietante commento fuori campo che racconta la vicenda.

King scrive un’opera toccante e spiazzante, con momenti di pura inquietudine, ridà forma a un personaggio che già era splendido migliorandolo, grazie anche a una incursione nel suo lato più oscuro, un’opera perfetta sotto ogni punto di vista, un vero e proprio capolavoro del fumetto.


Scappati di casa: la serie tv di “Runaways”

marzo 9, 2018

runaways2Parlando di “Saga” (la splendida epopea fumettistica che a ogni volume migliora) dicevo che era la miglior serie televisiva che avevo mai letto. Il fatto è che i fumetti scritti da Vaughan sembrano sempre perfetti per finire in questa veste, del resto il nostro ha scritto alcuni dei migliori episodi di Lost.

Per questo quando ho letto che Hulu stava preparando una serie tv dedicata ai Runaways ero parecchio curioso di vedere cosa ne sarebbe uscito, peccato che la serie sia abbastanza un fiasco.

“Runaways” racconta di un gruppo di pischelli di Los Angeles che scoprono per puro caso che i loro genitori, tutti ricchissimi o comunque affermati, sono dei gran fetentoni che ammazzano ragazzine adolescenti, e allo stesso tempo alcuni di loro scoprono di avere superpoteri.  I giovini scappano di casa e iniziano un difficile scontro con i loro cattivissimi parenti.

Il soggetto in pratica è perfetto per una serie tv teen dalle tinte sovrannaturali, peccato che la messa in scena è poverissima, gli effetti speciali sono una schifezza, gli attori sono cani senza possibilità di scampo (per quanto somigliantissimi alle loro controparti fumettistiche, e nonostante rivedere James Marsters, lo Spike di Buffy, su schermo sia sempre un piacere), e arrivato alla quarta puntata ne ho abbastanza di tutta questa valanga di noia.

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Il problema fondamentale è che lo spunto più gustoso della storia, ossia il ragazzino che scopre di punto in bianco che i suoi genitori, fino a quel momento i punti cardine della sua vita, sono in realtà degli assassini senza scrupoli, e tutto il dramma emotivo che da questo nasce nella serie televisiva è trattato con una pochezza allucinante, sacrificando la storia con una narrazione frammentaria e confusionaria totalmente incapace di appassionare lo spettatore e di sfruttare tutte le possibile ganzate che il soggetto della serie permetterebbe.

Incredibile a dirsi quindi, ma “Runaways” riesce ad essere una porcheria, nonostante ci sia un velociraptor.


Qui una volta era tutto Wakanda: Black Panther

febbraio 19, 2018

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La cosa meglio rappresentata nel film dedicato a Pantera nera è quel modo di fare del Wakanda tipico del compagno di classe ricco delle elementari parecchio stronzo. Quello che non condivideva le merendine zozze quando tu avevi un misero pacchetto di crackers o tre granturchese sbriciolati, o che se andavi a casa sua ti faceva cadere dal pero una prova con il suo Super Scope. Praticamente tutta la tematica forte del film infatti è su come l’immaginario staterello africano potrebbe condividendo le sue incredibili ricchezze risolvere un bel po’ di problemini in giro per il mondo.

Impossibile fare una pellicola simile senza parlare di politica, del resto Pantera nera è sempre stato (e oggi forse lo è ancora di più) il supertizio marvel che insieme a Capitan America permetteva ai suoi autori un maggior impegno dal punto di vista dei contenuti. Sarà che la bandiera della Disney non è proprio il vessillo più adatto sotto cui proporre questo particolare tipo di materiale ma la componente politica per quanto interessante l’ho trovata un po’ timidina, visto anche quant’era incazzato il film d’esordio del regista Ryan Coogler, un ragazzo del 1983 che quando in “Creed” ha messo su determinate scene determinata musica mi ha fatto rialzare in piedi in un cinema menando pugni per aria, quindi uno a cui si vuole bene e da cui mi aspettavo moltissimo. Diciamo che il nostro ce la mette tutta e non era proprio nell’ambiente ideale, del resto parlare di politica e questione razziale in un film Marvel/Disney è come andare a parlare di Van Damme al cineforum sui classici russi, ma sinceramente non so quanta gente si porrà davvero delle domande dopo aver visto “Black panther”, particolarmente tra quelli che queste domande non se le sono mai poste.

Se tralasciamo la politica però, che su queste pagine ci interessa in maniera alquanto relativa, com’è questo “Black panther”? A me è piaciuto. Non quanto un “Guardiani della galassia” o un “Avengers”, ma sono uscito dalla sala non gasatissimo, ma abbastanza soddisfatto.

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la pro-loco del Wakanda lavora benissimo

A venir presentato molto bene è lo stato del Wakanda. Un piccolo pezzo d’africa benedetto da un meteorite che l’ha reso ricchissimo e tecnologicamente avanzato, ma che ha preferito tenersi tutto per se facendo finta col resto del mondo di essere dei pezzenti con le capre. Uno stenterello che alterna tradizioni secolari, pastorizia e vestiti tribali a armi pazzesche, aerei incredibili e una tecnologia medica capace di curare anche il peggior raffreddore. In questo stato il re è Pantera nera, un titolo ereditario che quando tocca, come già sapevamo da “Civil war” al nostro protagonista T-challa, questo non fa in tempo a mettersi il suo nuovo costume ganzissimo che subito deve difendere il suo stato e il suo ruolo dall’attacco di un incazzatissimo Killmonger, un energumeno che ha tutte le ragioni però per fare la sua crociata contro il Wakanda e non solo per i suoi problemi dermatologici e con cui si può anche provare una certa empatia.

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“come sarebbe 120 euri la visita dermatologica?”

A essere portata benissimo su schermo è la tradizione di questi film, in cui l’eroe cade e si rialza, grazie anche a un Chadwick Boseman che ci crede tantissimo ai suoi panni di Pantera nera e a una nemesi portata sullo schermo da un Michael B.Jordan in stato di grazia, e mentre tra i comprimari il megagigioneggiante Andy Serkis e Martin Freeman portano a casa un buon risultato, Forest Whitaker e Danyel Kaluuya (complice anche due personaggi scritti malissimo) sono un vero e proprio strazio a ogni loro comparsa, e particolarmente il primo sembra stia li giusto per pagare due bollette.

In definitiva quindi un film gradevole, con un buon ritmo superata la parte iniziale, con qualche bella scena action (su tutte l’inseguimento coreano), un paio di note negative tra cui primeggia una cgi spesso non all’altezza (i rinoceronti o il treno sotterraneo) e un paio di personaggi insulsi. Però potete imbarcare per farli venire a vederlo insieme a voi anche quelli che dei film di supertizi non gliene frega una mazza spacciandolo per “il film politico della marvel” anche se ora sapete che non è proprio così.

Edit: Faccio un piccolo addendum. Leggendo in giro per l’internet secondo me molta gente non aveva ben chiaro cosa andava a vedere entrando in sala per “Black Panther”. Non è il film a essere paraculo, o politicamente corretto perchè è quasi interamente recitato da attori di colore, è che il fumetto di Pantera nera, che da solista è quasi interametne ambientato in Wakanda, è tutto popolato solo da personaggi di colore. Negli anni 70 quando era scritto da quel fenomeno di McGregor ed era pubblicato su “Jungle Action” l’autore stesso si rifiutava di far intervenire personaggi bianchi nelle storie di T’challa. Nel Pantera nera recente si arriva ad avere una sorta di Vendicatori di colore (e sono fichissimi).

Bah, sono veramente basito. Con tutti i difetti che può avere questo film (e ne ha) quello del cast nero è probabilmente l’unica cosa totalmente azzeccata dall’inizio alla fine della pellicola.


(It’s so nice to be) Happy!

febbraio 6, 2018

happy1Guardando la prima puntata di “Happy!”, la serie tv tratta dal fumetto di Grant Morrison e Darick Robertson, sono stato colto da un fortissimo senso di deja vu. Per quanto già presente nel racconto disegnato la scena della fuga dall’ospedale del protagonista, violentissima e esilarante, mi ha riportato alla mente per messa in scena e furiosità dell’azione i migliori momenti di quel capolavoro di “Crank”. Poi finita la visione e traboccante di presobenismo sono andato a vedere chi era il regista dell’episodio e tutto è stato chiarissimo.

“Happy!” infatti è sceneggiata e diretta da Mr.Brian Taylor, una delle due menti dietro a quelle due meraviglie cinematografiche di “Crank” e “Crank High voltage”. Certo, il nostro dopo quell’esordio col botto insieme al socio Mark Neveldine non ne aveva più presa una tra la sceneggiatura di quell’abominio di “Johna Hex” e quella cagata con “Ghost Rider Spirito di vendetta”, ma qua , rimasto solo soletto dopo lo scioglimento del dinamico duo, torna al suo campo di battaglia preferito e si fa perdonare gli ultimi anni di continui passi falsi: protagonista tostissimo, sparatorie a raffica, botte da orbi, un pizzico di psichedelia, quel giusto umorismo nero abbastanza malsano e tanta, tantissima velocità.

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Del fumetto da cui è tratta questa serie tv ne avevamo parlato qualche anno fa, e ci era piaciuto tantissimo. Morrison creava il più classico degli eroi action alla Shane Black: Nick Sax è un ex-sbirro fallito dedito al peggior alcolismo possibile e con dei seri problemi cardiaci che per campare ammazza gente a pagamento, ed è pure superbravo a farlo. Casualmente il nostro si trova a dover da una parte far fronte a sicari mafiosi molto incazzati che diventano carne da cannone con cui divertirci con la sua bravura a uccidere la gente in modi bizzarri, dall’altro a dover cercare una bambina rapita da un inquietantissimo santa claus, e infatti l’altra caratteristica che fa pensare nuovamente alle opere di Black è la bellissima ambientazione natalizia del tutto, vero e proprio punto di forza della serie tra bambini legati con lucine per l’albero accese e canzoncine a fare da accompagnamento a esplosioni di folle violenza (poi oh, è cosa nota che io con certe atmosfere ci vado in brodo di giuggiole). A spalleggiare Nick nella sua avventura è Happy, un cavalluccio azzurro volante amico immaginario della bimba rapita che solo lui può vedere e sentire.

La serie riprende paro paro la storia fumettistica, ma dove la scrittura di Morrison e il disegno di Robertson erano sempre volti al cupo pur trattandosi di uno di quegli esempi in cui lo sceneggiatore inglese vince tutto proponendo una storia semplice invece delle sue note supercazzole, Taylor crea un mondo violento e colorato, dove il sangue dipinge capolavori e i pugni compongono sinfonie, ma più che altro facendo una cosa rarissima e splendida per una serie televisiva: va praticamente sempre a tavoletta.

 

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A fare di “Happy!” il miglior prodotto seriale degli ultimi tempi è anche un mastodontico Christopher Meloni che al suo primo personaggio in cui gli è permessa ogni gigioneggiata ci regala un Nick Sax superlativo. Nonostante l’ottimo maniaco interpretato in “Oz” e il ruolo da protagonista in una delle millemila serie di “Law and order” o in una classica sit-com riempi-palinsesto, con “Happy!” esplode in una performance da vero attorone. Meloni è divertente nei momenti gonzi, convince quando c’è da sparare o menare le mani e commuove nei momenti in cui mette in scena l’animo tormentato del detective e uomo alla deriva.

A venire gestito benissimo è anche il personaggio Happy, forte anche di una cgi impeccabile. Il cavallino della fantasia riesce a non essere mai irritante o fuori luogo, e quando accetta la realtà degli adulti e l’esistenza della cattiveria nel mondo tirando fuori gli attributi come nell’esilarante citazione tarantiniana dell’ultimo episodio è uno spasso. La sua crescita durante la storia è un’altra partita vinta totalmente da Taylor.

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Fantastici anche i numerosi antagonisti, tutti sopra le righe ma perfetti nell’economia della storia e portati sullo schermo da un cast in stato di grazia, a partire dallo sclerotico capomafia interpretato da un superlativo Ritchie Coster fino all’inquietante sicario Smoothy affidato a Patrick Fischler.

Non solo “Happy!” è una delle migliori trasposizioni fumettistiche che mi sia mai capitato di vedere, ma è anche la serie tv che più mi ha entusiasmato negli ultimi tempi, nonché il ritorno di Brian Taylor a qualcosa di grandioso. Non ho ancora visto “Mom and dad” ma da fonti autorevoli non è quella riscossa del regista che invece riesce totalmente con questa serie televisiva, sia nella messa in scena della storia con alcune sequenze da antologia come la partita a poker, la già citata fuga dall’ospedale o la rissa coi cinesi, sia nei veri e propri colpi di genio come la visione delirante ambientata al Jerry Springer Show, il reality tipo Jersey Shore sulle milfone italoamericane in odor di malavita o il trucidassimo video musicale natalizio che apre il settimo episodio.

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il ritratto della felicità

Lo dico? Si dai.

CAPOLAVORO!


Cose belle del 2017 #4: I cinecomic – “Spiderman Homecoming”

febbraio 4, 2018

smIl caso ha voluto che quando è giunto il momento di andare a vedere “Spiderman-Homecoming” mi sia trovato seduto di fianco al figlio tredicenne di una collega di lavoro della signora Forderai.

Ogni tanto mi capitava di girarmi durante la visione, e lui si teneva ai braccioli e guardava sullo schermo le giravolte dell’uomo ragno mentre combatteva con un gigantesco (in ogni senso) Michael Keaton/Avvoltoio con quella luce negli occhi che vorrei mi tornasse per ogni film che guardo, e questo basterebbe a fare della nuova incarnazione cinematografica del tessiragnatele il cinecomic dell’anno.

La cosa ancora più incredibile è che ho visto la stessa sentita partecipazione nel giovine seduto al mio fianco anche nelle scene in cui Spiderman si leva la maschera e un perfetto Tom Holland diventa un semplice liceale con le sue rogne tipiche dell’età. Quindi chi se ne fotte della fedeltà al fumetto classico? A chi interessa realmente vedendo un film così ben architettato sotto ogni aspetto se zia May invece di essere la solita vecchia di merda è la bellissima cinquantenne Marisa Tomei, o se non si fa parola del solito pippone sullo zio Ben e quelle maledette responsabilità? Abbiamo un nuovo Spiderman in un universo cinematografico che lo fa ripartire da zero in modo nuovo e bellissimo, e che riesce a illuminare tanto gli occhi di un ragazzo sulla soglia dell’adolescenza che quelli di un quasi-quarantenne con la passione per i tizi in costume come me.

Cara Marvel del cinema, hai vinto ancora.

(per la cronaca mi è piaciuto un sacco pure il buddy-movie megacoatto spaziale “Thor Ragnarok”, e mi sono divertito anche con “Wonder woman”,  mentre “Justice league” è stato davvero troppo avvilente, una roba talmente triste che sfotterlo mi farebbe sentire una brutta persona)