Tutti i centri del nuovissimo occhio di falco

gennaio 26, 2016

of3Ero molto curioso di leggere il nuovissimo occhio di falco, iniziato subitissimo senza cagarsi di pezza secret wars e praticamente di rimbalzo dalla conclusione del meraviglioso ciclo di Fraction ed Aja conclusosi poche settimane fa.
Diciamo subito che Lemire e Perez fanno centro alla grandissima, anche se nel farlo danno l’impressione di sapere già come colpire il bersaglio per far contenti lettori e critica: il ricordo d’infanzia, l’azione, le battute, i disegni favolosi, la DINAMICA! che viene urlata a ogni tratto e ad ogni guizzo di colore. I due riescono in poche parole a far sembrare facilissimo quello che per un numero abnorme di autori di fumetti è solo un lontano miraggio.
A dare un’idea di trama, possiamo dire che ritroviamo Clint Burton e Kate Bishop dove li avevamo lasciati, ossia come due occhio di falco al servizio del bene. Lui è sempre sordo, lei è sempre ganza e insieme sono una coppia fumettistica di quelle con il botto. Mentre loro assaltano nel presente una base Hydra che nasconde un segreto di quof2elli belli misteriosi che ci garbano tanto, un continuo flashback ci porta all’infanzia di Clint e al racconto di come con il fratello Barney sia arrivato bambino ad aggregarsi al circo dove avrebbe ricevuto il suo addestramento.
La marvel azzecca il colpo in pieno affidando la nuova serie dedicata ai suoi arcieri a Lemire e Perez dopo i fasti della gestione Fraction/Aja. I due autori non sbagliano una virgola e perseverano nel proporre un fumetto tanto frizzante quanto introspettivo, un prodotto di altissimo livello artistico capace però di intrattenere come poche altre esperienze sul mercato supereroistico attuale, un esame di sceneggiatura e disegno superato con il massimo dei voti grazie a coraggio e capacità.

Un nuovo classico istantaneo, da commuoversi da quanto è bello.


Si può parlare bene di una scemenza come “Fear itself”?

giugno 1, 2012

Partiamo dalla trama per chi, giustamente, avesse lasciato sugli scaffali i 7 albi di questa storia. Sin, la figlia del teschio rosso ormai teschiorossizzata pure lei vuole portare a compimento una delle missioni fallite dal padre. Prende un martellone conservato da dei nazisti in Antartide e libera il Serpente, che non è una biscia ne il ladro coatto dei Simpson, ma il fratello di Odino, un dio della paura, incazzato come un caimano. Questo fa cadere dal cielo altri martelli che nelle mani di alcuni supereoi e supercriminali gli danno dei poteroni e li fanno diventare delle macchine spacca-tutto. Poi si danno un sacco di botte coi vari eroi fino alla fine.

Fear Itself è innegabilmente una stronzata. Oltretutto nel terzo numero viene fatto fuori il personaggio meglio sviluppato dell’ultima decade (se non di più) della Marvel, ossia Bucky – nuovo Capitan America. Che è un po’ come se il Barcellona gambizzasse Messi, e la cosa non mi è garbata proprio per niente.
Ero quindi superpronto a devastare tutte le scemate di questa saga (Tony Stark che per evocare Odino come sacrificio si rimette a bere dovrebbe essere un colpo di scena della stramadonna? Madddove?), ma poi parlando col fumettaro mentre compravo le uscite settimanali lui ha detto una cosa che mi ha fatto pensare: “A me piace, si picchiano”, e ho pensato che per certi, molti aspetti ha totalmente ragione lui.
Prendiamo una delle cose migliori di Fear Itself: tra gli sgherri del Serpente posseduti dai vari martelli c’è la Cosa. Ben Grimm rancoroso e cattivo. Una bombissima! E non solo. C’è anche Hulk, e un intero numero è praticamente dedicato alla scazzottata tra questi due e Thor, e tutto ciò è bellissimo, il divertimento di vedere simili personaggi che si danno masconi è innegabile.
Con ciò non nego l’apprezzamento per un certo fumetto supereroi stico introspettivo e maturo, ma certe cose è meglio cercarle nel catalogo Coconino piuttosto che tra le nuove uscite della Marvel. Così come adoro alcune storie d’azione ben scritte e piene di colpi di scena come molti lavori di Brubaker o di Waid, ma certe volte si ha bisogno di vedere una bella scazzottata tra supereroi sulle pagine dei nostri fumetti preferiti.

Nonostante Fraction sia uno sceneggiatore che mi piace, particolarmente sulle pagine di Iron man, con “Fear itself” ha tirato su un carrozzone con mille difetti, eccessivamente lungo, sconclusionato, per la maggior parte delle sue pagine insipido. Potrei scrivere fiumi di parole su tutte le scemenze lette in questa saga e nelle serie collegate, ma sarebbe inutile. È una stronzata, si picchiano, a volte è divertente. Basta così.

Anzi, basta un cazzo.
Nell’ultimo numero Capitan America solleva il martello di Thor e lo usa per riempire di mazzate Sin e i suoi compari cattivoni. Anzi, sticazzi, potrebbe anche averlo usato per grattarsi la schiena o levare le caccole a Luke Cage, ma non so se avete capito bene leggendo quelle tavole o queste righe: CAPITAN AMERICA CHE SOLLEVA E USA IL MARTELLO DI THOR?
Che nessuno osi lasciare cadere nel vuoto come un episodio di poche pagine su una saga di merda questa cosa perdio!
Io non se Fraction si è reso conto di cosa ha fatto fare a Cap.
Finita la saga Rogers si ritrova col suo scudo tra le mani rimesso insieme dopo che era stato distrutto qualche numero prima e si sprecano in battute su sta cosa. HAI SOLLEVATO IL MARTELLO DI THOR DIAMINE! DEVI DIRE QUALCOSA!!!!!
Non si può lasciar correre così, come se niente fosse, quella che potrebbe rivelarsi una delle peggiori boiate lette su un fumetto Marvel negli ultimi anni. Sarebbe qualcosa di immorale.


Di draghi, tornei, kung fu e altri calci volanti.

luglio 9, 2009

Io sono uno di quei ragazzini cresciuti a pane e Jean Claude Van Damme, vivevo in campagna, lontano dalle torri del castello del nostro signore Destino, e quando era bel tempo con gli amichetti passavamo tutto il giorno per prati e boschi a fare quelle attività costruttive tipo corcarci di mazzate con pugni, calci e bastoni per poi tornare a casa tumefatti e felici. Quando era brutto tempo si passavano le giornate a corcarci di mazzate a Street Fighter 2 o a guardare quei bei film di botte.

Questo è uno dei tantissimi motivi per cui ho sempre amato un personaggio come Pugno d’Acciaio, nonostante le sue sporadiche apparizioni nelle testate fumettistiche italiane. Quindi potete facilmente immaginare che parlerò di questo secondo volume delle avventure di “Iron Fist” (non solo l’attuale Danny Rand, ma anche coloro che in passato hanno portato il marchio di Shou Lao sulla panza) come di un capolavoro.

A voler andare a esaminare tutte le sottotrame imbastite dai sempre ottimi Ed Brubaker e Matt Fraction e disegnate divinamente da David Aja andrei troppo per le lunghe, quindi mi limiterò a parlarvi di sette parole: “Il torneo delle sette capitali del paradiso”.
Leggetele lentamente, ripetetele a occhi chiusi.
Pensate al paradiso, e riempitelo di tizi vestiti come dei perfetti idioti che si frantumano di sganassoni.
Non è bellissimo tutto ciò?

Per non parlare poi dei contendenti che oltre al sempre sciccoso Iron fist annoverano tra le loro fila il tenero cicciobomba guerriero sumo, ovviamente velocissimo e prodigo di randellate, o il già idolo delle masse Fratello Cane n.1, una specie di accattone che si porta dietro randagi pulciosi e orfani non meno antigienici utili in battaglia quanto una birra analcolica a un raduno di motociclisti.

Una lunga serie di personaggi e situazioni (da Luke Cage a suo agio tra le montagne dell’Himalaya quanto una zoccola tra i mormoni a Danny Rand che rivela come il chi di Shou lao bruci le droghe presenti nel suo corpo rendendo al sua vita peggiore nonostante i supercazzotti che può tirare) incastrati in un intreccio narrativo perfetto raccontato con disegni da urlo rendono questa serie una delle (poche) proposte da non perdere nell’attuale produzione di casa Marvel.
Ci sono le botte, ci sono un sacco di momenti ganassa, ci sono i vestiti sgargianti, c’è il misticismo del kung fu, ci sono le tope disegnate (per ora non hanno sfruttato a dovere il personaggio, ma Misty è la supergnocca più funky di sempre), c’è un protagonista che anche quando le busca sa essere sempre un ganzo, ci sono tutte quelle cose che spesso mancano al fumetto moderno, e non solo.