La recensione de “Il corvo – Memento mori #1”

marzo 19, 2018

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Per chi come me nel 1994 aveva tredici anni era letteralmente impossibile non venire travolti dal fenomeno “Il corvo”. La tragica fine di Brandon Lee durante le riprese del film di Alex Proyas portò una (macabra) pubblicità pazzesca per una pellicola che altrimenti sarebbe stata probabilmente confinata in quel limbo dei film non abbastanza spacconi da essere blockbuster, non abbastanza sgrausi per diventare b-movie e capaci di uscire solo nei discorsi di qualche appassionato, quei film che becchi in tarda serata alla tele e che ti metti a guardarli giusto per trovare il sonno. Per fare un esempio secondo me avrebbe fatto la fine di “Darkman”.

A “Il corvo” non andò così, la storia la conosciamo (penso) tutti, in un’apoteosi di sfiga una pistola che non avrebbe dovuto sparare proiettili veri spara e il povero Brandon Lee ci lascia le penne. Tutti ne parlano e noi preadolescenti che già saremmo corsi comunque al cinema a vedere un film simile ci fiondiamo in massa con una ragione in più, quel senso terribile dei tizi che si fermano a guardare gli incidenti stradali. Io ero andato a vedere persino “Timecop” quell’anno al cinema (eravamo in tre in sala, io e due amici e forse è uscito dopo, ma è esempio perfetto del fatto che a quell’età andavamo a vedere qualsiasi puttanata), figurarsi “Il corvo”, e alla prima proiezione ci venne praticamente mezza classe.

La vera scoperta fu che “Il corvo” era anche un filmone, una parabola cupa e tristissima, una vendetta spietata che faceva empatizzare totalmente con il suo protagonista, una pellicola piena di personaggi bizzarri e scene memorabili, con un paio di frasi che hanno impreziosito più di qualche Smemoranda.

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Dalla macabra curiosità al mito il passo è stato velocissimo, così come il passare dal film al fumetto per noi ragazzetti un po’ nerd. L’opera di O’Barr venne pubblicata dalla General press (se ben ricordo non era ancora play press) e se già il film non era proprio una festa di colori e buonumore, il fumetto era ancora peggio. Ai tempi non conoscevo la triste storia del suo autore, ma O’Barr inseriva nelle sue tavole tutto il suo dolore, e non portava su carta solo la sua fantasia di vendetta, ma anche tutto il suo malessere verso la vita tra citazioni di Joy Division e Cure e l’estetica più darkettona possibile. Nonostante l’edizione italiana si devastasse ancora più facilmente dei fumetti di “Nightmare” (non facevi in tempo a uscire dall’edicola che già qualche pagina si era staccata) ho letto e riletto i fumetti de “Il corvo” fino a distruggere gli albi in maniera irreparabile.

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Qualche tempo fa leggevo su Rumore un’intervista fatta da Andrea Pomini ad Alessio Gastaldello in occasione dell’uscita del nuovo disco dei Mamuthones (che per la cronaca è bellissimo) in cui il musicista parlando del modo in cui è stato trattato il tema della “paura” nell’album dice “Solo nei due anni di lavorazione è successo un po’ di tutto: attentati, brexit, Trump, uno sbandamento collettivo verso l’ignoto, o peggio, verso il già visto, verso tragedie già sperimentate”.

Leggendo ieri pomeriggio la nuova incarnazione de “Il corvo” made in Italy (ma pubblicata in contemporanea negli Usa da Idw) scritta da Roberto Recchioni e disegnata divinamente da un Werther Dell’Edera dalla bravura sempre più fuori scala mi sono tornate in mente le parole di Gastaldello, questo perché mentre il Corvo di O’Barr era un supereroe (si, un antieroe, ma comunque super) che trovava la sua origine in un atto violento casuale, ossia il suo omicidio insieme a quello della fidanzata ad opera di una banda di pittoreschi delinquenti sciroccati, qua il giovane protagonista creato da Recchioni è un raggazzo fortemente cattolico che saluta il mondo dei vivi e vede morire la sua amata in un attentato terroristico di matrice islamica di quelli che vediamo fin troppo spesso su giornali e telegiornali negli ultimi anni, e la sua sete di vendetta ha una portata molto più ampia, più attuale e generale.

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Probabilmente la gang di malandrini era un argomento ugualmente sentito nella Detroit di fine anni ottanta (la fidanzata di O’Barr morì in un incidente automobilistico e lo spunto per il corvo nacque da un fatto di cronaca letto sul giornale), ma parlando da lettore italiano del 2018 passare da un gruppo di criminali da strada alla minaccia terroristica che tanto terrore causa al mondo occidentale colpisce con inaspettata potenza.

Questo Corvo italiano mantiene l’estetica oscura del personaggio, ma portandola in una storia più attuale, moderna, lasciando la vendetta al primo posto del menù ma indirizzandola verso quella che è la principale paura dell’attuale mondo capitalista. Emblematico in questo il fatto che i rimandi ai testi della musica tristona degli anni ottanta che impreziosivano in fumetto di O’Barr lasciano il posto a un fiume di citazioni bibliche con cui si apre l’albo, segnale che la trama imbastita da Recchioni probabilmente andrà a esplorare le domande su una nemmeno troppo fantasiosa battaglia di religione, di quelle in cui è difficile distinguere la ragione dal torto, e questo mi mette ancora più curiosità di proseguire la lettura pregustando possibili colpi di scena futuri e una storia che già da questo primo assaggio si rivela lontanissima dalla banalità. Il Corvo di O’Barr era un disperato in cerca di vendetta per il quale era facile provare empatia, il David protagonista di questo nuovo albo invece già nel compiere la sua rappresaglia contro i terroristi si mostra come uno spietato angelo della morte e mi chiedo se riuscirò a comprenderne le azioni fino alla fine della sua avventura.

Ho apprezzato tantissimo la scelta di creare un protagonista più giovane, un adolescente che si è visto negare la spensieratezza della sua età e che rinfaccia ai suoi aguzzini questa perdita, così come l’oscura e piovosa ambientazione romana, la città che esce dalle tavole di Dell’Edera è gotica, spaventosa, un perfetto palcoscenico per la messa in scena della vicenda.

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Magari è presto per dare un giudizio su quest’opera, ma grazie a una storia accattivante che non rinuncia a un fantastico momento action, a una piacevolissima short story conclusiva, a un’edizione graficamente splendida e a un preciso apparato redazionale, finalmente nel 2018 mi ritrovo ad avere un fumetto seriale di cui attendo con impazienza di leggere la prosecuzione, e tutto ciò va ad aumentare il mio entusiasmo per questa avvincente resurrezione.


Cose belle del 2017 #1: Jeff Lemire – Niente da perdere

gennaio 30, 2018

Uno dei principali motivi della lunga assenza di nuovi articoli nel da poco concluso 2017 è che ho letto veramente pochissimi fumetti l’anno scorso. Ammetto che la marvel post secret wars non è stata minimamente capace di appassionarmi, e anche nel panorama dc comics trovo veramente pochi spunti (matrimoni pazzi? No dai).

Prendete questi articoletti che usciranno come una sorta di classifica di fine anno, ma vi avviso già che di quel poco che ho sfogliato nel 2017 mi ricordo solo tre fumetti.

nientedaperdereIl primo di questi è “Niente da perdere” di quel fenomeno di Jeff Lemire.

Dopo alcune ottime prove nel genere supereroistico il nostro torna a casa, ossia quel Canada rurale che già ci ha raccontato benissimo in quel capolavoro di “Essex County”. Un ambiente talmente freddo che sarebbe inadatto a ospitare la vita umana, fatto di piccoli villaggi immersi nella neve, gente indurita dal clima e dalla vita, bestie del bosco e alcolismo. Quelli che negli stati del sud degli usa sarebbero rednecks che vivono in roulotte, qua sono energumeni dai cappotti pesanti che abitano baracche di legna o i ripostigli del palazzetto del ghiaccio che non ci pensano due volte a menare le mani, anche se questo porterà poco o nulla alla loro vita di merda. Lemire a raccontare questo mondo è impareggiabile, e “Niente da perdere” ne è la conferma.

Se “Essex county” era un trittico corale, qua abbiamo un’unica storia che vede come protagonista Derek, un armadio d’uomo dal volto tumefatto, ex-giocatore di hockey su ghiaccio fallito che vive di mestizia, alcolici, rimorsi e scazzottate, e che suo malgrado si trova a dover fare i conti con il suo passato in una storia che ha tutte le caratteristiche dei migliori thriller.

nientedaperdere1Non aggiungo altro perché questa storia si sviluppa talmente bene che è una meraviglia farsi catturare dal racconto, grazie anche al disegno sempre più evocativo di Lemire che nelle splashpage è così bravo nel portare il lettore in quei paesaggi che ti fa venir voglia di andare a prendere una copertina in cui imbacuccarsi prima di girare pagina, in altre pagine la sua capacità di rendere nel disegno la solitudine è commovente, così come è capace come pochi altri di creare la giusta tensione quando la storia lo richiede.

“Niente da perdere” è il racconto di vite uscite di strada, e si prova un fascino quasi deviato a guardarle tramite la lente che Lemire ci mette in mano con una maestria unica, ma del resto stiamo parlando del quarantenne più talentuoso dell’attuale fumetto di oltreoceano.


Il babbeo del giorno #3 – Gaard

luglio 18, 2009

 

gaardNome: Gaard (Vangaard)

Vero nome: Johnny Storm, ebbene si è il Johnny Storm di Terra-A, la dimensione parallela di Terra 616 .

Genesi e storia del personaggio: Se nasci Johnny Storm su Terra 616 sei un fighetto pieno di te, se lo nasci su terra-A sei uno sfigato colossale.

Lo Storm di Terra-A non prese parte a nessuna missione spaziale, non divenne uno spericolato stronzetto infiammabile, non ebbe nessuna spiderina da rimorchione. Venne  invece sbattuto a calci in Vietnam e quasi ci lasciò le penne. Lo scienziato Polemachus del pianeta Akron lo raccose e decise di usare il suo corpo in fin di vita per creare un supersoldato ottuso che combattesse per l’impero Akron (Fantastic Force 12). Lo dotò di un costume da deficente e lo lanciò allo sbaraglio. Hurrà.

Ora accade che Akron cerca di far scoppiare una guerra interdimensionale (Fantastic Four 162-163) che coinvolga Terra A e Terra 616, aprendo un varco dimensionale a guardia del quale viene messo appunto Gaard: una specie di giocatore di Hockey stellare, a guardia di una porta che è un buco dimensionale. Per chiudere il buco i fantastici Quattro inviano la Cosa a lanciarci dentro… Un dischetto! L’avreste mai detto?!

In sostanza La Cosa e Gaard per un intero numero si fronteggiano in un ridicolo scontro di hockey spaziale che si conclude con La Cosa che fa tunnel a Gaard, gli infila il dischetto, chiude il varco, lo piglia per il culo e Gaard si arrende perchè è stato sconfitto. Umiliato molla l’impero Akron, la guerra e tutto il cucuzzaro perchè ha un codice d’onore dello sport e finisce così la sua carriera di supercattivo… Bella cazzata eh?!

Ad aggravare il tutto c’è che la Cosa per pattinare nello spazio usa delle speciali pattine costruitegli da Reed Richards.

 

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Una guerra interdimensionale risolta con due ceffoni, due passaggi di hockey e delle pattine stellari.

True story.

Aspetto: Un giocatore da Hockey con la livrea del Mago Galbusera. Che poi uno pensa al Black Racer di Jack Kirby, che di base è un negro spaziale a bordo di un paio di sci e ridimensiona la bruttezza della faccenda… Però  ecco, a Kirby lo si perdona.

Superpoteri: Pattinare nelle galassie e ha una mazza da hockey spaziale. Per la cronaca è pure una pippa a giocare a Hockey visto che viene battuto da un ciccione su delle pattine e senza mazza.

La fine: Battuto da Ben Grimm decise di arrendersi e confinarsi nel grande spogliatoio della vita. Mai più riapparso.