Sarà pure buono, ma questo non è il mio Punitore

gennaio 23, 2018

punisher-netflix-1Ragazzi, che fatica!

Finire di vedere tutta la serie tv del punitore è stata veramente una sudata. Non un vero e proprio martirio come guardarsi tutto “Iron Fist” e “The defenders”, che erano delle cagate pazzesche noiosissime, ma comunque una discreta fatica.

Certo, le cose buone ci sono. Jon Bernthal è bravo e ce la mette tutta. Sa che dopo un po’ di ottimi ruoli da comprimario questo è il suo turno di essere protagonista con un personaggio ganzo e ci si mette di buzzo buono, e ha quella faccia li di quei tizi che fanno brutto sugli autobus di periferia che non ci devi incrociare lo sguardo, ma questo non basta. Davvero, bravo Jon, e tranquillo che non è colpa tua se “the punisher” m’ha fatto sbadigliare e addormentare un po’ di volte (c’è un’intera puntata girata in un seminterrato con Castle e Microchip che parlano che è una palla immonda. Davvero, avevo più tensione addosso in coda alle poste).

Il problema della storia di questo Punisher è proprio la storia stessa, o meglio le storie che vorrebbe raccontare, a partire dal pippone sulla sindrome post-traumatica del ragazzino che dorme in una buca e che capisci dalla prima inquadratura che combinerà un casino, pippone che non solo viene chiuso malissimo, ma che nulla leva o aggiunge alla storia del personaggio Frank Castle e al suo modo di porsi. Ancora peggio è il modo in cui viene affrontato il personaggio Punitore.

punisher-netflix-2Mi spiego: da quando conosco il personaggio l’ho adorato per un motivo: è un pazzo. Castle ha le origini più cattive dell’universo fumettistico, è un povero cristo sopravvissuto per puro caso a un evento tanto casuale quanto dettato dalla peggior sfiga che s’è visto crepare di fianco moglie e figli, e, per quanto in “Born” Ennis ci abbia raccontato che Castle era già uno svalvolato in Vietnam, reagisce a questo evento in quello che vede nell’unico modo possibile: impazzisce del tutto e inizia ad ammazzare criminali random in modi divertenti per noi lettori. E basta, nessun intrigo, nessuna congiura, niente se non sfiga -> esplosione di follia, e va benissimo così.

Quello del Castle fumettistico è un lento, sfrenato, pazzo, suicidio. Certo, il Punitore porta sempre a casa la pelle, ma semplicemente perché nella sua testa avrà sempre gente cattiva da sparacchiare, accoltellare o pestare a sangue, e questa è la sua unica motivazione e tutto ciò che lo tiene in vita.

Nella serie tv questo non c’è. C’è una congiura che porta all’omicidio di tutta la sua famiglia, ci sono cattivi legati da vincoli emotivi al Punitore. E tutto questo va a uccidermi la “magia” del personaggio. Il Castle interpretato da Bernthal è molto incazzato, ma non è pazzo, e il finale di stagione ne è la terribile prova.

punisher-netflix-3Certo, quei rari momenti di violenza, che per vederli veri e propri devi aspettare l’episodio 12 (quindi sopportare 11 ore di discorsi e chiacchiere veramente inutili quando non ammorbanti), o di sparatorie (molto bella quella nel bosco), sono pure ben fatti a differenza della dozzinalità di un Iron fist, ma non mi fanno promuovere questa baracconata malriuscita, facendomi preferire ancora come incarnazione del Punitore quella data da “Punisher War Zone”.

Tralasciando il fastidiosissimo restyling fatto a Microchip a partire dalla sua insopportabile famiglia, o la storiella iniziale sui muratori, potrei anche passare sopra a tutto questo discorso sulla motivazione della crociata del Punitore, non più frutto di una cattivissima sorte ma di una macchinazione politico-militare, se non fosse che di sua spontanea volontà Castle lascia viva una preda, quindi senza che siano intervenute forze esterne (un supereroe cagacazzi, un povero innocente da salvare…) il Punitore non punisce in una scena chiave della serie un personaggio che per quasi tredici puntate (uguale tredici ore, meglio ricordarlo) doveva essere oggetto di una brutta, bruttissima morte, solo per avere un cattivo ganzo per la stagione 2, e tutto il discorso va a rotoli, e allora si è vista una serie thriller tamarra e noiosa ma con qualche elemento positivo, ma non un buon punitore, non un buon mio punitore.


Personaggi: Microchip

gennaio 27, 2010

Vi ricordate quelle vecchie puntate dell’A-Team o di Automan dove si cominciava a far vedere che tramite l’internet e l’utilizzo ganzo dei computer si riuscivano a fare delle cose incredibili come incastrare i cattivi? Erano gli albori dell’internet! E ilmondo era pieno di personaggi bizzarri che di lavoro facevano gli hacker. Ecco, questa sera – sempre grazie alla trasmissione dISPENSER che obbliga con la forza il povero operaio dell’entertainment noto come Costantino della Gherardesca a leggere le nostre puntuali schede – scopriamo insieme l’hacker degli hacker. Che uno pensa che siccome sei uno che sta tutto il giorno al compuer non hai degli amici giusti. Invece no! Ah, tra l’altro pare che Costantino della Gherardesca, grazie a queste letture, orasia stato chiamato a vestiri i panni di The Roboz in un ipotetico remake di Riptide. Che bazza!

LINUS LIEBERMAN AKA MICROCHIP


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Solitamente si dice che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Nel mondo dei fumetti, dietro a un grande eroe c’è un piccolo uomo. Solitamente vecchio o grasso. Per esempio il Punitore non sarebbe nessuno senza Linus Lieberman, conosciuto ai più col suo nome di battaglia: Microchip. Linus non ha nessun superpotere: è solo un hacker. Ma è il più bravo di tutti, una vera leggenda della rete. Inevitabilmente la malavita organizzata finisce per richiedere i suoi servizi. Microchip, resosi conto del pericolo, si ritira dal mondo della pirateria informatica e diventa un comunissimo uomo d’affari. Sovrappeso, con pochi capelli e con degli occhiali da vista troppo grossi. Suo nipote però, nel tentativo di diventare famoso come lo zio, finisce nel mirino di personaggi senza scrupoli che lo uccidono. Ignorato dalla polizia corrotta, Microchip decide di tornare in attività come hacker e indagare da solo. Ed è in questo modo che incontra il Punitore, l’unico “dei buoni” che non si fa alcun problema a uccidere chi infrange la legge. I due – dopo aver risolto il caso – decidono di fare squadra. Semplificando: Microchip sfrutta le sue capacità per svolgere delle indagini informatiche e individuare i “cattivi” e il Punitore si occupa del lavoro sporco. Non solo: come un provetto Q per James Bond, Microchip fornisce al suo collega una serie di gadget e armi incredibil per la sua battaglia contro il crimine. Dopo poco tempo, quando il sangue comincia a scorrere a fiumi, Microchip inizia però ad avere qualche problema. Capisce che i criminali si possono fermare senza svuotargli addosso per forza chili e chili di piombo. Questa sua presa di posizione lo porta a criticare apertamente i metodi sbrigativi e violenti del suo socio. Giudicare il Punitore però non è una delle mosse più intelligenti che si possano fare… Microchip, infatti, è morto.

BONUS! Un trailer di un film vecchio e brutto sugli hacker – dal didascalico titolo Hackers – con Angelina Jolie normalmente in carne!