Attese che pagano: Il finale di Occhio di falco

novembre 16, 2015

image_galleryIo questi albi seriali che escono ogni due/tre mesi non è che li amo proprio alla follia. Ogni volta che esce un nuovo numero infatti mi devo andare spesso e volentieri a rileggere quanto successo prima perché non mi ricordo una mazza. Figurarsi quando un albo esce quasi un anno dopo al precedente.

E invece io dove eravamo rimasti con Occhio di Falco me lo ricordavo e anche bene. Del resto la serie di Fraction e Aja è una delle cose migliori lette negli ultimi anni, e quel cliffangherone con cui si chiudeva l’undicesimo albo è difficile cancellarlo dalla memoria.

Arriva quindi dopo una lunga attesa il dodicesimo albo che va a chiudere questa incredibile run dedicata agli arcieri di casa marvel, e praticamente l’ho letto e riletto per tutto il fine settimana appena trascorso. I fili e le trame aperte da Fraction vengono portati a conclusione in maniera adrenalinica, coinvolgente e con il giusto pizzico di commozione, lasciando però aperta una porta mastodontica per nuove storie (e vedendo i nomi coinvolti nel prossimo progetto c’è da leccarsi i baffi). I disegni di David Aja sono qualcosa di sensazionale, probabilmente tra le migliori tavole capitatemi sotto gli occhi in questi anni, capaci di dare una carica dinamica ed espressiva unica e di creare un’infinità di immagini praticamente iconiche.

“Occhio di falco” però è una serie/capolavoro non solo per la meravigliosa sceneggiatura e i fantastici disegni, ma anche per la sua capacità di restare un blockbuster d’azione senza rinunciare a incursioni pazzissime nella sperimentazione, un coraggio che ha pagato in pieno e che ci ha permesso di leggere alcune storie veramente memorabili (un attacco mafioso visto attraverso gli occhi di un cane? Una storia action nel linguaggio dei segni? Splendide!) dove sarebbe stato facilissimo cadere in una insulsa porcheria. Qua si fa fumetto NUOVO lasciando tutte le esplosioni e le fighe e le battute che devono esserci, e non è cosa da nulla.

Una delle migliori proposte degli ultimi anni, non solo parlando di fumetti di supereroi. Da leggere, rileggere e conservare come un tesoro raro.

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Letture di un futuro passato #2 – Daredevil – L’uomo senza paura

ottobre 15, 2015

image_gallerySe la prima volta ho tirato fuori qualcosa di particolare, questa volta scrivo al volo consigliando un capolavoro che mi sento come se stessi consigliando di bere a qualcuno che ha sete.

Cogliendo la palla al balzo dell’arrivo di Netflix in Italia con conseguente sbarco della prima bellissima stagione della serie tv dedicata a Devil, la Panini pensa bene, anzi benissimo, di riproporre in versione strafiga alcune delle migliori storie del diavolo rosso.

Si inizia con la mini di cui la prima stagione della serie televisiva è più debitrice: L’uomo senza paura, sorta di Devil anno uno scritto da un Frank Miller in bollissima e disegnato dal Romita Jr degli anni ’90, ossia il miglior Romita Jr. Non penso ci sia bisogno di tirarla per le lunghe, è una delle storie più famose dedicate a Matt Murdock, un gioiello come tutta la gestione Miller del personaggio che lascia senza respiro dalla prima all’ultima pagina.

Se non l’avete mai letto ora potete farlo, se lo volete da mettere in bella vista in libreria in una nuova edizione che rende ben giustizia all’immenso valore di questa storia potete fare anche questo.


Letture di un futuro passato #1: Punisher – Psychoville

settembre 25, 2015

psychoville2Diciamo che inizialmente pensavo a un banalissimo “Ripeschiamoli” o “La rilettura del giorno”, ma poi ho deciso di puntare sull’epica scemenza di parafrasare il titolo di una saga storica per provare a proporre una rubrica totalmente casuale in cui, sbattendomene le palle delle uscite attuali (o magari partendo proprio da qualche ristampa) posso parlare di saghe, storie e compagnia bella di parecchi anni fa attingendo dai meandri della mia libreria (c’era anche un’idea “la piccola biblioteca di Latveria” nella mia testa ma a ripensarci mi sembrava e mi sembra una stronzata). Allo stesso modo posso anche decidere di parlare di qualcosa di recente che per motivi di tempo e lassismo non ha trovato spazio su queste pagine.

In pratica una rubrica dove scrivo cialtronate su quello che mi gira il belino di scrivere.

Per iniziare ieri sera sono andato a levare dalla sua plastichina protettiva una delle mie storie preferite del Punitore, probabilmente quella a cui sono più affezionato, e non solo perché era il 1994 ed io non avevo ancora iniziato il liceo.

Punisher Psychoville, scritto dal duo formato da Abnett e Lanning e disegnato strabene da McKonne e McpsychovilleKenna si distanzia parecchio dal fumetto insulso e testosteronico degli anni novanta per calare il povero Frank Castle in una storia claustrofobica e ansiogena.

Il punitore sogna di inseguire un criminale, si sveglia, e ad attenderlo trova una bella moglie e due figli felici. Frank Castle non ha un fucile, e nemmeno teschi disegnati sul petto, ha però una casa in un sobborgo di una classica cittadina del midwest, da cui parte con il vicino benpasciuto per andare a lavorare nella segheria locale.

Castle, un uomo distrutto dall’omicidio dei suoi cari, trascinato dalla sua follia in una crociata sanguinaria, infinita e senza tregua contro il crimine, si ritrova in queste pagine immerso nel classico sogno americano, nella normalità e negli affetti.

Ovviamente noi sappiamo benissimo che qualcosa non va. E le voci nella testa di Castle così come inspiegabili esplosioni di follia tra gli abitanti del borgo ce lo confermano. La discesa nel caos a questo punto diventa una pura formalità.

La forza di “Psychoville” non sta però tanto nella trama, per quanto imbastita in maniera impeccabile e coinvopsychoville3lgente, quanto nella cura con cui vengono affrontate le conseguenze che questa ha sulla psiche già abbastanza provata del povero Frank Castle. Lo stravolgimento di ritrovarsi pater familias per un uomo segnato dalla perdita dei suoi cari è sviluppato con precisione chirurgica particolarmente nel finale della storia, trovando spazio tra sparatorie ed esplosioni ad un momento di pura commozione.

Ad accompagnare questo articolo poi trovate ben tre copertine della miniserie (impaginate anche un po’ a cazzo di cane). Sono tra le mie preferite in assoluto.

Un gioiello dimenticato invecchato benissimo. Magari in qualche fumetteria o fiera del fumetto (io ebay e soci non li considero) riuscirete a trovarne una copia, sempre se non siete tra i fortunati ad averlo ancora in libreria. Da recuperare assolutamente.


Serie che vieni, Serie che vai #3 – Storie bellissime di mostri maleodoranti: la ristampa di “Swamp thing”

febbraio 1, 2012

Prima di tornare a parlare di serie che finiscono o di nuove proposte mi fermo un attimo a segnalare la ristampa dell’anno, o meglio dell’anno scorso.
Negli ultimi tempi sia la Panini (con molta parsimonia) che la Planeta de Agostini (a volte esagerando) hanno ristampato diverse storie vecchie quando non antiche. Tra queste non poteva certamente mancare, e sinceramente l’aspettavo da parecchio, un’edizione di gran lusso dello “Swamp thing” di Alan Moore.
Lo aspettavo perché non l’avevo mai letto e finalmente ho messo mano a questa serie storica.

Come già mi è capitato di dire su queste pagine dell’internet ho un debole per i mostroni paludosi dalla scarsa igiene personale ma dalle belle storie, e la cosa della palude sceneggiata dal maestro inglese è sicuramente l’esempio più noto e importante di questa tipologia di personaggi.

Il primo volumone ha un rapporto qualità/quantità/prezzo impeccabile. E il contenuto, anche se penso non ci sia bisogno di dirlo, è di livello stratosferico.
Ripercorrendo non solo le origini, ma l’essenza stessa di Swamp thing, Moore propone storie dal tratto fantastico e orrorifico che non rinunciano a una mai noiosa o banale passeggiata nell’introspezione, schernendo gli eroi, esaltando i tratti umani del mostro, parlando di amore, morte, dannazione, redenzione, ansia e quant’altro. Risulta difficile parlare di Swamp thing perché in Swamp thing c’è praticamente tutto ciò che può rendere immensamente grande un fumetto. In queste pagine tutto è perfetto.
Per quanto sia un balenottero questo primo volume si legge d’un fiato, ed è un obbligo, se come me eravate a digiuno di questa serie, farlo vostro, sperando che con il passaggio da Planeta de Agostini a Lion la pubblicazione dei restanti due volumi non venga interrotta. Sarebbe davvero imperdonabile.