(It’s so nice to be) Happy!

febbraio 6, 2018

happy1Guardando la prima puntata di “Happy!”, la serie tv tratta dal fumetto di Grant Morrison e Darick Robertson, sono stato colto da un fortissimo senso di deja vu. Per quanto già presente nel racconto disegnato la scena della fuga dall’ospedale del protagonista, violentissima e esilarante, mi ha riportato alla mente per messa in scena e furiosità dell’azione i migliori momenti di quel capolavoro di “Crank”. Poi finita la visione e traboccante di presobenismo sono andato a vedere chi era il regista dell’episodio e tutto è stato chiarissimo.

“Happy!” infatti è sceneggiata e diretta da Mr.Brian Taylor, una delle due menti dietro a quelle due meraviglie cinematografiche di “Crank” e “Crank High voltage”. Certo, il nostro dopo quell’esordio col botto insieme al socio Mark Neveldine non ne aveva più presa una tra la sceneggiatura di quell’abominio di “Johna Hex” e quella cagata con “Ghost Rider Spirito di vendetta”, ma qua , rimasto solo soletto dopo lo scioglimento del dinamico duo, torna al suo campo di battaglia preferito e si fa perdonare gli ultimi anni di continui passi falsi: protagonista tostissimo, sparatorie a raffica, botte da orbi, un pizzico di psichedelia, quel giusto umorismo nero abbastanza malsano e tanta, tantissima velocità.

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Del fumetto da cui è tratta questa serie tv ne avevamo parlato qualche anno fa, e ci era piaciuto tantissimo. Morrison creava il più classico degli eroi action alla Shane Black: Nick Sax è un ex-sbirro fallito dedito al peggior alcolismo possibile e con dei seri problemi cardiaci che per campare ammazza gente a pagamento, ed è pure superbravo a farlo. Casualmente il nostro si trova a dover da una parte far fronte a sicari mafiosi molto incazzati che diventano carne da cannone con cui divertirci con la sua bravura a uccidere la gente in modi bizzarri, dall’altro a dover cercare una bambina rapita da un inquietantissimo santa claus, e infatti l’altra caratteristica che fa pensare nuovamente alle opere di Black è la bellissima ambientazione natalizia del tutto, vero e proprio punto di forza della serie tra bambini legati con lucine per l’albero accese e canzoncine a fare da accompagnamento a esplosioni di folle violenza (poi oh, è cosa nota che io con certe atmosfere ci vado in brodo di giuggiole). A spalleggiare Nick nella sua avventura è Happy, un cavalluccio azzurro volante amico immaginario della bimba rapita che solo lui può vedere e sentire.

La serie riprende paro paro la storia fumettistica, ma dove la scrittura di Morrison e il disegno di Robertson erano sempre volti al cupo pur trattandosi di uno di quegli esempi in cui lo sceneggiatore inglese vince tutto proponendo una storia semplice invece delle sue note supercazzole, Taylor crea un mondo violento e colorato, dove il sangue dipinge capolavori e i pugni compongono sinfonie, ma più che altro facendo una cosa rarissima e splendida per una serie televisiva: va praticamente sempre a tavoletta.

 

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A fare di “Happy!” il miglior prodotto seriale degli ultimi tempi è anche un mastodontico Christopher Meloni che al suo primo personaggio in cui gli è permessa ogni gigioneggiata ci regala un Nick Sax superlativo. Nonostante l’ottimo maniaco interpretato in “Oz” e il ruolo da protagonista in una delle millemila serie di “Law and order” o in una classica sit-com riempi-palinsesto, con “Happy!” esplode in una performance da vero attorone. Meloni è divertente nei momenti gonzi, convince quando c’è da sparare o menare le mani e commuove nei momenti in cui mette in scena l’animo tormentato del detective e uomo alla deriva.

A venire gestito benissimo è anche il personaggio Happy, forte anche di una cgi impeccabile. Il cavallino della fantasia riesce a non essere mai irritante o fuori luogo, e quando accetta la realtà degli adulti e l’esistenza della cattiveria nel mondo tirando fuori gli attributi come nell’esilarante citazione tarantiniana dell’ultimo episodio è uno spasso. La sua crescita durante la storia è un’altra partita vinta totalmente da Taylor.

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ohohoh

Fantastici anche i numerosi antagonisti, tutti sopra le righe ma perfetti nell’economia della storia e portati sullo schermo da un cast in stato di grazia, a partire dallo sclerotico capomafia interpretato da un superlativo Ritchie Coster fino all’inquietante sicario Smoothy affidato a Patrick Fischler.

Non solo “Happy!” è una delle migliori trasposizioni fumettistiche che mi sia mai capitato di vedere, ma è anche la serie tv che più mi ha entusiasmato negli ultimi tempi, nonché il ritorno di Brian Taylor a qualcosa di grandioso. Non ho ancora visto “Mom and dad” ma da fonti autorevoli non è quella riscossa del regista che invece riesce totalmente con questa serie televisiva, sia nella messa in scena della storia con alcune sequenze da antologia come la partita a poker, la già citata fuga dall’ospedale o la rissa coi cinesi, sia nei veri e propri colpi di genio come la visione delirante ambientata al Jerry Springer Show, il reality tipo Jersey Shore sulle milfone italoamericane in odor di malavita o il trucidassimo video musicale natalizio che apre il settimo episodio.

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il ritratto della felicità

Lo dico? Si dai.

CAPOLAVORO!


Gli spari della mia giovinezza

novembre 7, 2009

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È un ottimo periodo per comprare, leggere e parlare di fumetti. Questo perché tra collane da edicola e da fumetteria stanno venendo ristampate molte ottime proposte del passato.
Tra queste ce n’è una che va a toccare i miei ricordi pre-adolescenziali più di altre, ed è il recentissimo volume dedicato al ciclo “Punisher – War zone”, scritto da Chuck Dixon, disegnato da un grandissimo John Romita jr (mi rifiuto di mettere link per spiegare chi sia un appartenente alla famiglia Romita) e inchiostrato da Klaus Janson.

Era la fine della prima metà degli anni novanta quando io, tredicenne, mi avvicinavo al mondo dei fumetti, delle fumetterie e di Frank Castle, il Punitore.
Il Punitore non è mai stato un eroe, è semplicemente un tizio molto incazzato e con un sacco di armi, e per questo quand’ero uno sbarbatello lo adoravo. Divoravo quelle storie piene di azione, di mafiosi stereotipati, di sparatorie in cui i mitragliatori facevano “buddabuddabudda”, storie di vendetta e di violenza, di giustizia sommaria e di intrighi criminali.
Adesso leggo con molto gusto le avventure del Punitore di Garth Ennis, così come quelle di Matt Fraction, ma quando mi trovo tra le mani una delle saghe che più amavo durante la mia giovinezza (insieme alla bellissima “Punisher – Missione suicida”) non posso che leggerla con avida gioia.

In “War zone” ci sono il fumetto d’azione, quello hard-boiled, le storie di mafia, e dei disegni meravigliosi. Ci sono personaggi realistici, come il picciotto Mickey Fondozzi, complice suo malgrado dell’idea di Frank Castle di entrare in una famiglia mafiosa per metterla in ginocchio, così come quelli folli, come Mitraglia, un assurdo mercenario al servizio del governo con il compito di massacrare la famiglia Carbone, gli stessi mafiosi entrati nel mirino del Punitore.

La collana Marvel gold con questo volume ci propone un brandello del fumetto anni novanta, imbrattato di sangue e puzzolente di cordite, ma che ancora non ha perso nulla del suo ritmo e della sua rapidità. Mentre il cinema è sempre più avaro di buoni film d’azione nel fumetto questo non si verifica, ma andare a ripescare questa vecchia meraviglia è un po’ come riguardarsi per l’ennesima volta “L’ultimo boyscout”. Un vero piacere.

E fin qua vi ho parlato di una grandissima run fumettistica, grandezza che si esprime anche nella caratterizzazione del personaggi, compresi quelli minori, insignificanti.
Tra queste comparse ne spicca una: Enrico, detto Rico, figlio di un mafioso napoletano e in procinto di sposare quella bella topa della figlia di don Carbone.
Rico si impone per una sua caratteristica: il look!
Eccovelo quindi in tutto il suo splendore italico: baffoni, ray-ban giganti, mullet ricciolo a dir poco meraviglioso, e capace di presentarsi a un incontro che deciderà le sorti della mafia italoamericana in canottiera con pelo in evidenza, pantaloni della tuta di infima qualità e espadrillas:
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Ma del resto don Carbone è in camicia hawaiana, quindi che cazzo gliene frega?
Rico capisce subito cosa deve fare e da nostro connazionale invece di stare a sentire sti bavosi che parlano di droga e morti ammazzati si porta subito la manza in spiaggia. Eroe nazionale!
Ma il nostro non è solo un ricco figlio di mafiosi dal vestiario degno degli annali dello stile, è anche un grande sognatore:
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Anche se la gnoccolona non sembra impressionata dalle speranze di Enrico, al lettore non resta che rimanere affascinato dal suo animo sensibile, pronto a entrare nel cast di Dirty Dancing 2.
Ahimè i bei sogni finiscono al mattino, o nello spazio di tre vignette, ossia il tempo che ci mette Rico a morire nella maniera che più si addice a un personaggio di tale spessore: facendo lo scudo umano!
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Addio Rico, nonostante ti abbia conosciuto per poche immagini ti porterò sempre con me.


Tette, sangue, coltelli e pallottole: Body bags

ottobre 5, 2009

BodyBags1CoverNon penso ci siano molte donne che leggono questo blog o che lo tengono tra i preferiti, anzi, sospetto che mai nessuna donzella sia finita su queste pagine volontariamente. Nel dubbio comunque vi avviso che se già siete geneticamente disgustate dai fumetti dei supereroi in calzamaglia, “Body bags” vi farebbe ancora più schifo di qualsiasi storia di Batman o dei Vendicatori, tanto più che in questo fumetto non c’è nemmeno un tizio palestrato con un costumino aderente.

“Body bags” (pubblicato in Italia da Edizioni Bd in due volumi dal prezzo più che abbordabile), dell’autore americano Jason Pearson, già disegnatore sia per la Marvel che per la Dc, è una scorpacciata di violenza, di coltelli giganti scagliati con forza sovraumana e di tante tante pistolettate.
L’opera racconta la storia di dei cacciatori di taglie, Clownface, un energumeno con una maschera sorridente ma capace di non farsi tante balle davanti a nulla, tanto che nella sua prima apparizione per estorcere un’informazione a un tizio accoltella alla pancia la sua fidanzata cocainomane incinta all’ottavo mese, e sua figlia Panda, una tredicenne messicana con due TETTE ENORMI, sboccatissima e dal grilletto facile.BodyBags2Cover

Non parlerà di guerre civili, scontri cosmici o vendette familiari contro il crimine, ma “Body bags” è una delle cose più divertenti (Miller direbbe “fottutamente divertenti”) che mi siano capitate sotto mano negli ultimi tempi, ed è anche disegnato un gran bene con un tratto plasticoso che rende perfettamente accompagnato alla violenza delle storie.

Se apprezzate l’umorismo del sangue che schizza da tutte le parti, delle battute da duri, delle sparatorie con bossoli che volano ovunque e le tette, è una lettura più che consigliata.
Se siete donne, seguite questo blog, avete letto questo recensione e magari vi piace pure un fumetto simile, la mia mail è salasso@gmail.com, il numero di telefono ve lo do poi.


The Hood, supercattivi a rischio

luglio 26, 2009


Parker Robbins è uno spiantato di New York con una povera crista di fidanzata incinta, una madre chiusa in uno squallido manicomio, un padre fatto fuori da Kingpin, una relazione silenziosa con una bagascia russa, e un cugino alcolizzato che fa colazione a metadone.
Un giorno, durante un furto, si trova davanti un demone, gli spara e un po’ come chiunque si trovi a sparare a un demone, gli ruba stivali e mantello che gli permettono di volare e di rendersi invisibile, ma anche di tirare fuori dei poteri che neanche lui sa come quando si trova sotto pressione..
Da quel giorno Parker Robbins diventa The Hood, uno dei villains Marvel più importanti nell’attuale continuity.

Nonostante la genesi del personaggio un po’ da “ma checcazzo…” il volume appena uscito in Italia che raccoglie la mini scritta da Brian Vaughan e disegnata da Kyle Hotz non solo è divertente, violento, lugubre e pieno di ottimi personaggi, è proprio una bella storia.
Il ritmo della narrazione è vertiginoso e i dialoghi sono notevoli, sia quando si tratta di ciarle da scazzottata, sia quando si ha a che fare con momenti più introspettivi mai banali.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è una sola: come riuscirà questa volta il famigerato Brian Michael Bendis a rovinare un personaggio simile?
Si, perché già dalle storie dei nuovi vendicatori post-Civil War Bendis ha dato un ruolo di primo piano a The Hood trasformandolo in un supercrminale con una superidea: unire tutti i cattivi di New york che normalmente da soli le buscano come pentolacce dal supereroe di turno.

Vedremo, intanto leggere questo volume è un vero piacere.


Jason is a punk rocker

giugno 30, 2009

Dal primo incontro tra il secondo Robin, il ladruncolo Jason Todd, e Batman nel 1987.

Sul muro un poster dei  Poison Idea, leggiadra band con la fissa di: eroina, sadomasochismo, whiskey e violenza. Ebbravo Jason! Non mi stupisce che sia morto giovane…

jasonidea

"Watch this death wish boy becoming a death wish man"